Opinioni

Il grande patatrac

di Paolo Pombeni per www.mentepolitica.it

Dunque sembra sia successo ciò che era dato per escluso: la grande concertazione sulla legge elettorale si è dissolta su un incidente di percorso. Adesso si grida che l’intesa è morta, ma visto che ormai non parliamo più di una classe politica parlamentare, ma di una compagnia di attori che mettono in scena una commedia basata su equivoci e colpi di teatro, tutto può succedere ancora.

Intanto vediamo di capire qualcosa di quel che è già successo. Innanzitutto non è vero che l’incidente sia avvenuto su una questione marginale. L’emendamento della esponente bolzanina di FI Micaela Biancofiore non era affatto un volonteroso tentativo di mettere l’Alto Adige (il Trentino è una appendice perché fa parte della stessa regione) alla pari col resto d’Italia. Coloro che hanno votato sulla base di questa premessa significa che non sanno di cosa parlano.

La “specialità” del sistema elettorale in quell’area è basato sulla necessità di garantire la rappresentanza alla componente di lingua tedesca mettendola al riparo da colpi di mano. Ciò può piacere o meno, ma vanno ricordate due cose: 1) ci sono accordi internazionali a tutela di questa specialità e metterli in discussione oggi sarebbe ancor più insensato che in passato (per esempio per la questione della gestione dell’immigrazione); 2) la raggiunta buona convivenza etnica in Alto Adige, citata come esempio in mezzo mondo, è un bene per tutto il paese e nel momento attuale solo degli irresponsabili possono pensare che sia opportuno riaprire vecchie ferite. Poi, di passaggio, ricordiamo che la tutela delle minoranze linguistiche è anche un principio costituzionale: giusto per quelli che si richiamo ogni tre per due a “legalicum” di varia natura.

Naturalmente si può metterla più banalmente sul piano dei colpi di mano parlamentari: se l’emendamento fosse stato accettato, poi la SVP, il partito di rappresentanza dei sudtirolesi, si sarebbe dovuta mettere di traverso al Senato dove anche i suoi numeri ridotti possono essere sufficienti per mettere in crisi la maggioranza.

Torniamo però alla questione fondamentale: che senso ha il grande patatrac sulla nuova legge elettorale? Ci permettiamo di dire che è lo stesso che aveva spinto prima all’accordo su un impianto strettamente proporzionale, cioè salvaguardare gli insediamenti che ciascun partito ritiene di avere raggiunto, impedendo mobilità nell’elettorato. Può sembrare un paradosso, ma cerchiamo di spiegarci.

L’obiettivo del simil-tedesco era consentire ai grandi partiti di esibire con una specie di “patente”, cioè con la verifica del proprio peso proporzionale, il rispettivo diritto a partecipare alla determinazione degli equilibri politici. Si intende pro quota, e magari alcuni al governo e altri all’opposizione, ma questo si è già fatto senza problemi in decenni passati, gli ultimi della cosiddetta “prima repubblica”. Ci si è però accorti che alla fine se l’operazione fosse andata in porto chi rischiava di guadagnarci di più era il PD di Renzi, che aveva mostrato flessibilità nella trattativa, aveva cercato un’intesa larga e aveva promosso una legge che certo andava bene a tutti i sistemi di partito, ma ovviamente anche a lui che però aveva il vantaggio di essere anche al momento la più accreditata forza di governo (un po’ quel che era la vecchia DC dei suoi tempi d’oro).

Ecco cosa turbava gli altri partiti, a cominciare dal M5S in cui una componente non marginale temeva l’assimilazione “al sistema” che comportava il negoziato coi “reprobi”. Prima i pentastellati hanno provato ad evitare il rischio cercando di intestarsi le migliorie sino al punto da chiedere cose che si sapeva che il PD non riusciva ad accettare, cioè il voto disgiunto fra collegi e proporzionale e la reintroduzione delle preferenze. Abbiamo cercato di spiegare in precedenti articoli il perché di questo comportamento, che mirava anche a non rompere con FI, sebbene esso sia stato in un caso un errore (il voto disgiunto poteva anche aiutare), nell’altro un’incapacità di spiegarsi (le preferenze non eliminano il problema dei “nominati”, perché la lista da cui pescare è pur sempre fatta di nominati dai partiti che possono tranquillamente tenere fuori quelli che non ritengono utili).
Sta di fatto che l’incidente calcolato di giovedì 8 giugno consente ai partiti di ottenere egualmente alcuni obiettivi che abbiamo segnalato. Prima di tutto è probabile costringa alle elezioni anticipate a settembre/ottobre perché un parlamento così rissoso e ingovernabile si è suicidato. In secondo luogo, poiché si voterà con le leggi emendate dalla Consulta, si avrà comunque la conta proporzionale, per di più aperta, almeno alla Camera, sicuramente alla frammentazione grazie alla soglia di sbarramento del 3%. E, terzo, consentirà un attacco concentrico al PD di Renzi, perché è obiettivo ormai diffuso quello di cancellarlo come “partito cardine” del sistema ed eliminare il suo segretario come il leader forte e volitivo (una tipologia che le abitudini politiche italiane non hanno mai tollerato). Un obiettivo che ha chi lo condivide anche all’interno dello stesso PD.

Vedremo se Renzi trova le modalità per ribaltare questa situazione, senza ricadere nella pericolosa illusione “napoleonica” di quello che alla fine sbaraglia da solo tutti i nemici, la cui numerosità sarebbe una conferma della sua grandezza. Siamo in una situazione troppo difficile come paese per poterci consentire questo esperimento. Sarebbe meglio lavorare per costruire non mitici ritorni a specie arboree, ma solide alleanze sociali che rompano davvero le operazioni di restaurazione del consociativismo delle partitocrazie vecchie e nuove (comprese quelle che si vantano di non esserlo).

11 giugno 2017
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»