FOTO | Twickenham, è ovale lo stadio modello per il calcio italiano

Il tempio della palla ovale è quello che gli stadi italiani (di calcio) vorrebbero essere: vivibili anche durante la settimana, con musei, ristoranti e anche possibilità per dormire
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LONDRA – Sono tante le emozioni che ti regala una partita di rugby. Le azioni di gioco, le mete, i palloni calciati dallo specialista di turno all’interno della famosa ‘acca’, la parte alta dei pali in cui deve finire il pallone per conquistare due o tre punti, a seconda della motivazione per cui si calcia. Quando la partita mette di fronte due nazionali, poi, ci si mette pure l’esultanza a strappare attenzione e pure applausi: l’altoparlante, la musica di sottofondo, la voce del pubblico, migliaia che diventano una sola. Lo stadio di Twickenham non è solo uno stadio. O almeno, non lo è più. Situato nell’omonimo distretto del quartiere di Richmond upon Thames, realizzato su tre anelli, vanta una capienza di 82mila posti. All’interno è possibile visitare un museo da brividi, pieno di cimeli ‘ovali’, ma anche prenotare una camera o cenare in un lussuoso ristorante. Proprio all’interno dell’impianto. Perché Twickenham, come pure altri stadi britannici, è quello che gli stadi italiani (di calcio) vorrebbero essere: vivibili anche durante la settimana, con musei, ristoranti e anche possibilità per dormire. Quando Twickenham è pieno, come successo con l’Italia, diventa un vero e proprio muro umano, tante voci, 82mila per esattezza, che diventano una soltanto, come quando imponente si alza Swing Low, Sweet Chariot, storico gospel nato agli inizi del ‘900, introdotto nel rugby nel 1988.

Perché il rugby è pure questo, storia e leggenda. Il coro per più di una volta è salito al cielo, la partita (dominata) con l’Italia ha offerto più di un motivo per cantare festanti agli spettatori. La festa tutta ovale a Twickenham, come pure negli altri stadi del Sei Nazioni, inizia ben prima della partita. Le stradine che portano all’impianto sono gremite di fan, di appassionati, guidati anche dal profumo di carne alla brace e dal rumore degli spillatori di birra. Curioso e pure divertente vedere punti di ristoro creati per l’occasione all’interno di giardini privati nelle stradine che portano a Twickenham. E poi cantanti improvvisati, bambini che raccolgono fondi per gli scout in cambio di una bandiera pitturata sul viso. Tutto fa festa, che l’alcol non rovina e che continua pure nello stadio. Quando mancano pochi minuti al fischio d’inizio, arriva il rito della presentazione delle due squadre, in questo caso Inghilterra e Italia. Delle ‘bocche da fuoco’ portatili accolgono, a fiammate, i giocatori al loro ingresso. Sullo sfondo (musicale) ‘Firestarter’, la canzone travolgente dei Prodigy, un omaggio al loro cantante, britannico, Keith Flint, morto suicida nei giorni scorsi. Perché nulla è lasciato al caso. E poi gli inni, con il silenzioso rispetto della tifoseria avversaria quando a risuonare è quello dell’altra squadra

La partita inizia e va avanti come da previsione. L’Inghilterra a fare, l’Italia a provare a disfare: i primi minuti sono un botta e risposta, il seguito è tutto a firma inglese. L’entusiasmo del pubblico di casa sale alle stelle, il boato che accompagna ogni azione inglese è da brividi, pare quasi mettere ulteriori ali ai già dotati giocatori di casa. Il 57-14 finale, ovviamente per i britannici, non sorprende, al contrario della prestazione italiana tutto sommato positiva di fronte ai mostruosi giocatori di casa. Arriva il fischio finale, il deflusso degli oltre 80mila fan preoccuperebbe chiunque, ma in questo caso solo quanto basta. Tutto fila liscio, giusto qualche inevitabile intoppo alle fermate dei mezzi pubblici. Ma nient’altro. Pub, ristoranti, birre a fiumi, il museo del rugby nella pancia dello stadio: tutti ingredienti di un impianto moderno, un progetto, una ricetta che andrebbe forse portata in Italia. Ancora una volta il mondo del rugby conferma di avere tanto da insegnare ai colleghi del più blasonato pallone rotondo.

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11 Marzo 2019
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