SPECIALE | Caritas: 378 guerre nel mondo, ma i giovani non le conoscono

Oggi a Roma è stato presentato il sesto rapporto sui conflitti dimenticati 'Il peso delle armi', realizzato da Caritas italiana in collaborazione con il Miur
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ROMA – Sul tema della guerra “i giovani risultano poco informati a livello generale“. Lo conferma alla ‘Dire’ Walter Nanni, responsabile Ufficio studi di Caritas italiana, presente oggi a Roma alla presentazione del rapporto sui conflitti dimenticati ‘Il peso delle armi‘. Questa edizione del report ha dedicato “un importante spazio ai giovani”, prosegue Nanni, che cita anche lo studio ‘Uno sguardo innocente’, “dedicato ai ragazzi delle medie, ossia coloro che escono dall’infanzia e vanno verso l’età adulta”.

Dai 1.783 studenti intervistati è emerso che “solo il 14% sa citare bene una guerra, a fronte del 24% che riesce a ricordare un conflitto. Già da questa differenza emerge che i ragazzi sono più colpiti dai fatti che avvengono vicino a casa loro, nel quotidiano”. La scarsa qualità dell’informazione poi “è certamente un elemento negativo: internet è la fonte da cui la metà dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni ammette di trarre informazioni su guerra, conflitti e violazioni dei diritti umani, al contrario degli adulti. Quindi c’è forse qualche responsabilità del web, che non riesce a trasmettere e ad approfondire concetti importanti”.

Interessante anche che “gli studenti di terza media citano guerre molto vecchie: Bosnia, Vietnam, Corea, il Secondo conflitto mondiale, ma non ricordano quelle in corso in Siria, Iraq e Afghanistan”. A fronte della sovraesposizione mediatica che domina la nostra epoca dunque “emerge che i ragazzi vengono colpiti di più da quello che riescono ad approfondire a scuola o in altri contesti sociali. In questo senso, interessante l’approfondimento realizzato su un campione di ragazzi provenienti dallo scoutismo, che conferma tale sensibilità”. Ad esempio, il 28,2% degli studenti di terza media ritiene che i migranti in fuga dalle guerre vadano accolti tutti – a fronte del 26% del campione complessivo – mentre la percentuale sale al 43,7% tra i coetanei dei gruppi scout. Un dato che per gli esperti dimostra che i giovani, se inseriti in un certo percorso, sviluppano una certa sensibilità.

Lo studio ha infine analizzato l’impatto che esercitano i videogame di guerra sui giovani: per gli esperti tale pratica non attiverebbe maggior violenza fisica, ma c’è comunque un fattore di rischio: la guerra diventa un elemento della quotidianità, che non stupisce più e anzi viene percepito come qualcosa di normale. A prescindere da questo passatempo, la grande maggioranza dei ragazzi considera la guerra un “elemento evitabile”, da superare attraverso il progresso culturale. Ma un ragazzo su cinque ritiene la guerra inevitabile, legata indissolubilmente alla natura dell’uomo.

378 GUERRE NEL MONDO, SPESA RECORD PER LE ARMI

Le guerre nel mondo sono in drammatico aumento: 378 i conflitti totali nel 2017, di cui 186 crisi violente e 20 guerre ad alta intensità. Lo scorso anno si è registrato anche il record di spesa per gli armamenti dalla Seconda guerra mondiale. I dati sono contenuti nel sesto rapporto annuale sui conflitti dimenticati ‘Il peso delle armi’, presentato a Roma da Caritas italiana, e realizzato in collaborazione con il Miur. Ventisette gli autori coinvolti, assieme a sette enti di ricerca e organizzazioni, 45 scuole medie inferiori, e 25 gruppi Scout Agesci.

 

La presentazione coincide con il 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, “il cui rispetto è la premessa fondamentale per lo sviluppo e la pace”, come sottolinea don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, introducendo lo studio. L’analisi conferma che sono in aumento produzione e vendita di tutti i tipi di armi, dalle leggere all’atomica. Un fenomeno che, secondo gli esperti, dipende dal fatto che gli Stati sono ormai convinti che, per vincere le guerre, servano arsenali sempre più ricchi e potenti. Allarmante il fatto che tra i sei Paesi massimi esportatori, cinque siano i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu. Una contraddizione, come evidenzia Paolo Beccegato, vicedirettore Caritas italiana, dal momento che “il Consiglio fu concepito per farsi protettore della pace e dei diritti umani fondamentali nel mondo”.

In testa, gli Stati Uniti col 34,0%, seguiti da Russia (22,0%), Francia (6,7%), Germania (5,8%), Cina (5,7%) e Regno Unito (4,8%). Poi Israele e Spagna con entrambi il 2,9%, quindi l’Italia col 2,5%.

Tra i principali importatori invece Arabia Saudita, Emirati Arabi, Australia, Iraq e Pakistan. Paesi che contribuiscono ad alimentare i conflitti in Yemen, Nord Africa e Medio Oriente. Il report conferma poi con forza un binomio già noto agli studiosi: la povertà è più diffusa nei Paesi in cui si combatte, così come viceversa, laddove sono più drammatici recessione, diseguaglianze e scarso accesso a fonti di reddito risulta altamente più probabile scivolare nei conflitti. Per contrastare la povertà, osserva ancora Beccegato, diventa allora “fondamentale ragionare sulle dinamiche alla base della guerra e incoraggiare buone politiche, oltre che fornire aiuti”. Infine, il report si concentra sull’impatto dei cambiamenti climatici su guerre e migrazioni – l’Onu stima in 250 milioni i migranti e in oltre 70 milioni i rifugiati e gli sfollati. Tutti gli indicatori del rapporto Caritas su scala globale legati al degrado ambientale, ai disastri e alla scarsità di accesso alle fonti naturali contribuiscono a spiegare altre dinamiche di guerra, e in particolare in aree come il Sahel, il Golfo del Bengala e parte dell’America Latina. Infine, lo studio si conclude con delle proposte che di fatto rilanciano l’applicazione dell’Agenda di sviluppo Onu 2015-2030, che, conclude Beccegato, “oggi più che mai servirebbe per creare un mondo diverso”.

“IN ITALIA SU GUERRE DEL MONDO È SILENZIO STAMPA”

Sulle guerre nel mondo in Italia è silenzio stampa: è il dato che emerge da ‘Il peso delle armi’, il rapporto sui conflitti dimenticati realizzato da Caritas italiana. Lo studio ha rivelato questa tendenza: se il conflitto supera la fase acuta e non coinvolge direttamente il nostro Paese scompare dai media. L’analisi ha preso in considerazione quattro delle principali crisi in corso: Yemen, Venezuela, Somalia e Ucraina. Altrettante le testate osservate: ‘Corriere della Sera’, ‘Repubblica’, ‘Avvenire’, ‘La Stampa’.

Nel periodo di tempo esaminato – dal 1° novembre al 31 dicembre 2017 e dal 15 maggio al 15 giugno 2018 – risulta che tutti hanno scritto di Ucraina, solo in tre hanno raccontato del Venezuela, mentre soltanto ‘Avvenire’ ha trattato della Somalia. Infine, dello Yemen non ha parlato nessuno. Una fotografia allarmante, che secondo i relatori determina un altro grave elemento: il generale aumento del livello di amnesia della popolazione italiana.

Ad esempio, il 14% degli intervistati non è stato in grado di citare neanche un attentato terroristico. Il 10% del campione è costituito da giovani. Il 24%, di cui il 29% ragazzi, non ha saputo indicare una guerra in corso. Quasi nulla la conoscenza dei conflitti mondiali: solo il 3% ha saputo indicare una guerra in Africa. Fa eccezione la guerra in Siria, ricordata dal 52% del campione.

Se infine sul tema “guerra e conflitti” la televisione resta il principale mezzo di informazione tra gli adulti: il 47% ha confermato tale tendenza. Ben il 49% dei giovani tra i 18 e i 29 anni ha detto di fare ricorso ad internet.

BECCEGATO (CARITAS): SIRIA E SUD SUDAN, GUERRE DA INCUBO

La Siria e il Sud Sudan si confermano gli scenari di massima crisi al mondo, mentre le crisi umanitarie complesse del grande Medio Oriente sono le più complesse, tuttavia fronti di speranza si aprono dal processo di pace tra Etiopia ed Eritrea, e da quello in corso in Colombia. Lo conferma alla ‘Dire’ Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana, intervistato a margine della presentazione a Roma del rapporto sui conflitti dimenticati ‘Il peso delle armi’. La pubblicazione dei report, spiega Beccegato, è iniziata negli anni Novanta, sulla scia dei postumi della guerra in Kosovo, e per esaminare le guerre nei Grandi laghi in Africa, Ruanda in testa.

“Dopo l’11 settembre 2001 lo scenario è cambiato” sostiene l’esperto. “Arrivano crisi violente che poi evolvono in guerre: Afghanistan, Iraq e poi in tutto il Medio Oriente a partire dal 2011, con Egitto, Libia e Siria“.

A luglio 2011 c’è l’indipendenza del Sud Sudan dal Sudan, dove qualche anno dopo sarebbe esplosa una guerra nuova e interna, sottolinea Beccegato, “che è uno tra i maggiori scenari di violenza al mondo insieme alla Siria. Ci sono poi situazioni molto gravi, dalla genesi più particolare, come quella in Venezuela, Messico, Filippine, alcune zone dell’India, senza trascurare le tensioni indo-pachistane.

Lo scenario internazionale su alcuni fronti si mantiene ad alta conflittualità, mentre altre sono subentrate negli ultimi anni, costituendo gli scenari peggiori, in cima a tutte la Siria. Fronti di speranza ci sono e provengono dal processo di pace tra Etiopia ed Eritrea e a quello in Colombia”. Ma non basta, dice Beccegato, “perché la Colombia resta il primo paese al mondo per sfollati, mentre la Siria per rifugiati all’estero”. 

Quanto al crescere della produzione, vendita e spese militari, per Beccegato “non è solo una dinamica che cambia lo strumento con cui fare le guerre – in alcuni casi genocidi sono stati commessi a colpi di machete – ma il possedere le armi convince i belliggeranti del fatto che la guerra la possano vincere. In qualche modo l’arma non è solo uno strumento ma diventa un fattore che contribuisce a spiegare il perché le guerre sorgono, perché si protraggono, come si combattono e le conseguenze che avranno sui civili”. Se le armi e il crescere del mercato delle armi contribuisce a spiegare l’aumento dei conflitti, insieme “al peggioramento del Global Peace Index – l’indice di conflittualità internazionale, in caduta libera da quattro anni – allora servono trattati internazionali più stringenti, anche dal punto di vista dell’ applicazione, perché in alcuni casi ci sono ma non vengono rispettati”. In conclusione in vicedirettore Caritas italiana ricorda l’importanza di contenere anche i traffici illeciti. Tutte le politiche che tengono a contrastare queste dinamiche, conclude Beccegato, “vanno a diminuire il quadro geopolitico di conflittualità armata”.

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10 Dicembre 2018
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