Emilia Romagna

In Emilia-Romagna ci sono 123 donne in carcere, 44 straniere. Una ricerca racconta la loro vita

FORLI’ – La vita delle donne detenute “non è un argomento che suscita particolare attenzione neppure tra gli addetti ai lavori”. Proprio per questo motivo oggi, in occasione della Giornata mondiale dei diritti dell’uomo, la Garante regionale delle persone private della libertà dell’Emilia-Romagna, Desi Bruno, e la presidente della commissione Parità e diritti delle persone dell’Assemblea legislativa, Roberta Mori, sono state alla casa circondariale di Forlì per presentare i risultati della ricerca “Detenzione al femminile – Ricerca sulla condizione detentiva della donne nelle carceri di Piacenza, Modena, Bologna e Forlì“, promossa dall’ufficio della Garante e realizzata dall’associazione di volontariato “Con…tatto”.

“Le recluse sono sempre state poche, meno del 5% della intera popolazione ristretta, e la loro esiguità numerica non le ha costrette a quel trattamento inumano e degradante costituito dalla mancanza dello spazio minimo vitale” commenta Bruno, aggiungendo che però “sono ingombranti, anche se la reclusione delle donne non ha autonomia organizzativa, e vive spesso di quanto accade nel carcere maschile, dal quale riceve briciole, in termini di risorse”. Dal canto suo, Mori sottolinea che proprio per l’esiguità del loro numero “le esigenze e i bisogni che possono esprimere le donne detenute, ma anche le operatrici delle carceri, sono importanti per capire e approfondire la loro relazione con il carcere e la vita al suo interno, perché poi tutto si riflette anche sulla vita che sarà all’infuori del carcere”. Per questo la consigliera regionale auspica che “una ricerca approfondita su questo tema ci dia spunti utili alla prevenzione e al contrasto dei reati”.

aiuto donneNel dettaglio, in Emilia-Romagna le donne in carcere, al 2 dicembre, erano 123, di cui 44 straniere, in prevalenza provenienti dall’Est Europa. Sono cinque gli istituti che ospitano sezioni dedicate all’espiazione di pena per le donne: Piacenza, Modena Sant’Anna, Bologna, Forlì e Reggio Emilia. Nel 2014 si è registrato un parto in carcere, mentre erano 10 le detenute madri: ben tre di queste hanno scelto di non vedere i figli, o “perché il contatto è breve e il distacco è fonte di sofferenza” o per “non farli entrare in contatto con l’istituzione penitenziaria”.

carcereOggetto della ricerca, che Bruno e Mori hanno presentato insieme alla direttrice del carcere di Forlì Palma Mercurio, e a esponenti nel mondo dell’associazionismo, tra cui l’autrice Lisa Di Paolo, è la condizione di detenzione delle donne negli istituti dell’Emilia-Romagna, per “conoscere le modalità di organizzazione delle sezioni femminili, le attività, il rapporto con gli operatori, le opportunità di incontro con i familiari e figli, e le difficoltà di convivenza”. Si vogliono rilevare “sia le variabili di tipo oggettivo (numero di detenute, nazionalità, tipologia di reato) che soggettivo (modalità di adattamento, sostegno e attività dedicate)”, perché “nella progettualità per un carcere diverso si deve partire dall’uso del tempo della pena in funzione di costruzione di opportunità”, sostiene Bruno. E si potrebbe partire proprio “dalle donne detenute, riconoscendo loro una diversa capacità di relazione e di cura”. La soggettività delle recluse, conclude la Garante, “è un’opportunità da cogliere, e non da accantonare, e questa ricerca vuole essere un piccolo, ma significativo, contributo”.

di Andrea Mari, giornalista professionista

10 dicembre 2015
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