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“Basta divisioni, per Palestina serve unità”. Intervista a Mustafa Barghouti

 

dalla nostra inviata in Cisgiordania, Alessandra Fabbretti

RAMALLAH (Territori palestinesi) – “Non possiamo perdere l’opportunità di una riconciliazione tra Hamas e Fatah: questa divisione ha causato sofferenze indicibili alla popolazione di Gaza e Cisgiordania, perché ha favorito la politica di Israele di frammentare i Territori palestinesi. Ora serve unità”. Parla lentamente ma con determinazione Mustafa Barghouti, leader del partito Iniziativa nazionale palestinese (Pni), un partito che sta cercando di imporsi come un’alternativa accanto ad Hamas e Fatah. Barghouti è un politico di lungo corso ed è noto per il suo impegno e promotore dell’attivismo non violento.

Alle elezioni del 2005 si piazzò al secondo posto dietro Mahmoud Abbas, ottenendo oltre il 20 per cento dei voti. Dal suo ufficio di Ramallah – capitale della Cisgiordania – coi giornalisti commenta l’incidente di ieri a Gaza: il lancio di un razzo da parte di Hamas verso Israele, a cui l’artiglieria di Tel Aviv ha risposto bombardando alcune aree a sud della Striscia. Ma per Barghouti questo genere di cose “è pericoloso. Siamo in fase di riconciliazione”: i leader di Hamas e Fatah, i partiti che governano rispettivamente Gaza e Cisgiordania, dopo dieci anni hanno ricominciato a parlarsi grazie anche alle pressioni dell’Egitto. Hamas il 17 settembre scorso ha persino acconsentito a sciogliere il proprio governo.

“I palestinesi – sottolinea Barghouti – devono essere rappresentati da un’unica entità. L’Autorità palestinese è già piccola e debole – i ministri possono essere arrestati in qualsiasi momento dall’esercito israeliano mentre Tel Aviv può ignorare le decisioni prese – perché litigare tra di noi? E’ sciocco“. E poi ci sono i giovani “arrabbiati con la vecchia generazione perché ha fallito, e hanno ragione. Molti sono convinti che non sia più possibile risolvere la questione con Israele, ma io non la penso così. Con il Pni stiamo lavorando duro anche per cambiare questa loro visione delle cose”.

Secondo Barghouti, il successo della riconciliazione “dipenderà dalla capacità dei leader di condividere il potere non solo tra loro, ma anche con noi e con la popolazione”. Quest’ultima per Barghouti non li segue più come un tempo, “è delusa, e vuole un’alternativa, un terzo schieramento, e noi glielo stiamo dando”, riferendosi al partito di cui è leader. “Noi serviamo da ago della bilancia” sottolinea il dirigente. “E’ l’unico modo per impedire che Hamas e Fatah facciano accordi di comodo. D’altro canto non possono più permetterselo: hanno bisogno dei voti della gente“. Presto ci saranno infatti le elezioni generali, rimandate dal 2014 proprio per l’incapacità di Hamas e Fatah di accordarsi.

“APARTHEID ISRAELE, E POTENZE SONO COMPLICI”

“Per la prima volta nella storia dell’umanità esiste una terra in cui ci sono strade segregate. Neanche durante l’apartheid in Sudafrica si è arrivato a tanto. Israele si arrabbia quando viene definito un ‘regime di apartheid’ ma la realtà dal 1967 è questa, e dal 2010 in Palestina le cose non fanno che peggiorare”, spiega ancora Barghouti. Per convincere i giornalisti presenti nel suo ufficio di Ramallah, mostra una fotografia: si vedono due strade. Un’autostrada ben asfaltata a doppio senso e quattro corsie, con guard rail e lampade per l’illuminazione, relativamente libera. Poi, sulla sinistra, una strada che scivola tra i cespugli alti, affollata da una fila interminabile di veicoli in entrambi i sensi che cercano di farsi spazio laddove lo spazio non esiste. L’autostrada è riservata agli israeliani, la stradina a pochi metri è per i palestinesi. E questo non è il solo esempio, sottolinea Barghouti: “Ce ne sono tante, persino in Cisgiordania – regione posta sotto l’Autorità nazionale palestinese, ndr – e si rischiano fino a sei mesi di carcere se un palestinese è sorpreso a utilizzarle”. “Tutti sostengono che per porre fine alla questione israelo-palestinese serve la soluzione dei due Stati – prosegue Barghouti – ma la realtà è che non è più possibile: i palestinesi non hanno più una terra loro. Israele ha segregato gli abitanti di Gaza con il muro”, creando un’enclave a sud, al confine con l’Egitto, da cui nessuno esce e in cui nessuno può entrare – salvo ottenere un permesso militare che richiede tempo e fortuna – mentre in Cisgiordania “le confische e gli espropri sono sempre più frequenti”.

“Dei territori in nostro possesso – prosegue il capo di Pni – oggi non ci resta che il 22 per cento”. Barghouti mostra una mappa della regione costellata di ‘chiazze’ di colore diverso. Sono “le 25 isole in cui Israele ha frazionato la Cisgiordania” spiega. “Da un giorno all’altro la Knesset ha approvato interventi militari illegali, stando al diritto internazionale, che di fatto hanno diviso intere comunità, creando nuovi profughi e rendendo difficile ai palestinesi muoversi e lavorare”. Inoltre, “ci ha tolto i territori al confine con la Giordania, quindi siamo segregati isolati internazionalmente”. Quindi denuncia la presenza di “ben 350 check-point in Cisgiordania. Conosco persone che, per lavorare, devono alzarsi alle due del mattino per superare i controlli forse alle sei”. Eppure, conclude, “io ho ancora speranza di riuscire a creare la pace e due Stati democratici, che collaborano tra loro. Se i Paesi più potenti come gli Stati Uniti facessero pressioni su Israele, non ci vorrebbe molto tempo. Ma tutti sembrano avere molta paura di contraddire Israele, e questo silenzio li rende complici dell’ingiustizia”.

PEACEKEEPER PER DIFENDERE POPOLAZIONE GAZA

“Non sono d’accordo sul fatto che Hamas rinunci al proprio esercito. È un sistema a difesa della popolazione di Gaza. Gli israeliani ne hanno uno – forse tra i più grandi al mondo – e posseggono persino due testate nucleari. Perchè Hamas dovrebbe rinunciare al suo? Se proprio si deve smantellare, allora io chiedo la presenza di truppe internazionali che garantiscano la protezione degli abitanti dell Striscia” afferma Barghouti. “A noi non piace essere militarizzati – sottolinea Barghouti in un incontro con la stampa a Ramallah – ma dal momento che Israele lo è, e commette abusi contro i palestinesi, siamo costretti a esserlo anche noi”. Inoltre, conclude il dirigente, se i 25mila membri dell’esercito di Hamas deponessero le armi, “nel giro di un anno sarebbero arrestati e uccisi, l’ho già visto fare. Per questo in alternativa chiedo la presenza di truppe internazionali a Gaza”.

10 ottobre 2017

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