Europei di calcio, DIRE…tta dal bar: cronaca e commenti dei fanatici del pallone Diego&Pedro

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di Diego Giorgi

“E tu mi fai: dobbiamo andare al cine… al cine vacci tu”. Nel ciclismo- come insegna Paolo Conte- purtroppo si può inciampare in queste piccole incomprensioni. Ma c’è un mese ogni due anni, che siano i mondiali o gli europei, in cui non c’è spazio per i fraintendimenti: “nessuna forza al mondo potrebbe strappare dai teleschermi” come spiegò l’immenso Nando Martellini ne ‘Il secondo tragico Fantozzi’ durante la telecronaca di una spumeggiante Inghilterra-Italia. In tv, certo. Un po’ perché si gioca quasi sempre fuori casa (e Italia ’90 brucia ancora, tra quell’uscita maledetta di Zenga e le magie di Baggio, “Roberto” per Pizzul), un po’ perché in quelle notti, le “Notti magiche”, il bello è stare insieme, tra amici, magari nel bar in cui sei cresciuto. Perché gli inglesi avranno anche i pub; noi, con tutto il rispetto, i bar. Ed è tutta un’altra musica.

Piaccia o non piaccia c’è un abbraccio caldo e collettivo che accompagna gli azzurri che scendono in campo. Così la partita diventa un rito, un modo per stare insieme con chi si ama. Prima regola. La seconda regola, oramai un aforisma, l’ha scolpita l’ex bomber Gary Lineker: “Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine vince sempre la Germania”. Vero, finché i tedeschi non trovano l’Italia… Terza regola, togliete il fiasco alla Uefa (che lo piazza in apertura del sito) e a chi ha votato il dream team della storia degli europei, l’11 ideale. C’è Puyol e non c’è Baresi; c’è Henry e non c’è Baggio. Da piangere. Faremo finta di nulla, anche perché da domani si fa sul serio. Stade de France ore 21 (in Saint-Denis, a due passi da Parigi) Francia – Romania inaugura la quindicesima volta del torneo continentale. Da domani inizia Euro 2016.

L’Italia guidata da Antonio Conte ci riprova. Troppo lontano il 1968, l’unica volta in cui abbiamo messo in fila tutti. Troppo doloroso quel 4 a 0 che ci ha rifilato la Spagna in finale nel 2012 al termine di un percorso splendido disegnato dal ct Cesare Prandelli. Troppa invidia per la rosa del 2006 di Marcello Lippi. Non siamo quella squadra, purtroppo, si dice che il calcio italiano sia in crisi. Vero. Abbiamo poca fantasia. Vero. Non abbiamo né Verratti, né Marchisio e neppure un bomber di razza. Verissimo. Però abbiamo una gran difesa e il portiere più forte al mondo. E siamo sempre l’Italia, la quattro volte campione del mondo. Allora che la fenomenologia abbia inizio e che tenga rigorosamente tutto insieme: strade vuote (con gli autisti dei mezzi pubblici ad ascoltare le partite con l’auricolare); magliette azzurre, alcune sbiadite ma indosso come amuleti; il tricolore; l’inno cantato tutti insieme; le opinioni dei 60 milioni di allenatori. Faticheremo ai gironi come sempre? Forse sì, forse noi sappiamo vincere solo così. Però, però… chi è che si è dimenticato quel “chiudiamo le valigie e andiamo a Berlino” di Caressa? Oppure quel “Campioni del mondo” scandito per tre volte da Martellini? Voci che hanno accompagnato foto scolpite nella memoria. Non resta che aspettare- a dita rigorosamente incrociate- in attesa del crescendo, dei caroselli in strada, degli abbracci strappati e a volte sconosciuti, dei giri di birra, del chiasso dei bar in quell’unica ‘piazza’ capace di tenerci insieme. Come disse in lacrime Víctor Hugo Morales, storico telecronista argentino, dopo il miracolo di Maradona ai mondiali del 1986: “Voglio piangere… Dio Santo, viva il calcio”.

10 giugno 2016
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