Opinioni

Era maggio e si aprivano le porte agli invisibili

di Vanna Iori, senatrice

La Legge Basaglia compie 40 anni in questi giorni e ha rivoluzionato il modo di curare e affrontare il disagio psichico. Possiamo fare un serio bilancio e rilanciare alcune proposte per il futuro. Ma prima di farlo dobbiamo dire chiaramente che, grazie al nostro paese, è stato introdotto un principio di straordinaria umanità, democrazia e ragionevolezza: le persone con un disagio mentale si curano e non si rinchiudono. Non esistono “matti da legare” ma uomini e donne che, attraverso programmi terapeutici individuali, possono migliorare le proprie condizioni e vivere un’esistenza più felice da sole o insieme alle loro famiglie.

Siamo stati i primi a rovesciare il paradigma per cui il malato psichiatrico è considerato semplicemente un soggetto “pericoloso” da contenere e rinchiudere, trasformandolo nel protagonista di un percorso terapeutico fondato sull’inserimento, la socialità e l’inclusione. Grazie alla Legge Basaglia i malati non sono più giudicati persone da nascondere o soggetti socialmente pericolosi ma uomini e donne di cui prendersi cura e con cui avviare un processo di guarigione.

Ancora oggi molti paesi europei non sono stati in grado di fare un passaggio così radicale, considerandolo -forse- troppo rischioso. Certamente, sono stati fatti passi avanti dal punto di vista dell’umanizzazione delle cure ma non nel senso della costruzione di un reale percorso democratico che si fondi sul passaggio definitivo e inequivocabile dalla segregazione al reinserimento attraverso il recupero della dignità umana e l’affermazione dei diritti imprescindibili degli individui.

Non può esserci cura senza diritti. Noi non abbiamo avuto paura di avviare questo processo quarant’anni fa e oggi possiamo dire con un certo orgoglio di aver contribuito al compimento di una grande riforma democratica. Si tratta, evidentemente, di un passaggio straordinario che ha fatto del nostro paese un’eccellenza nel campo della psichiatria e della terapia delle patologie mentali.

Oggi il ricovero esiste ancora ma non è più legato a una forma custodialistica del “Sorvegliare e punire” (Foucault) e si esercita in strutture più piccole inserite negli ospedali dove l’obiettivo non è contenere e rinchiudere ma ospitare e accogliere. La Legge Basaglia ha dato un futuro all’esistenza delle persone confinate nella follia anche grazie alla costruzione di una rete di servizi sociali diffusa, strutturata sui dipartimenti di salute mentale e i centri di salute mentale, le strutture residenziali dove i pazienti possono vivere autonomamente grazie al lavoro di squadra di professionisti. Con una rete territoriale e professionalità all’altezza si può dare vita a un grande processo democratico che offra a tutte le persone un’opportunità e una strada da percorrere.

Tuttavia, non possiamo ancora affermare che sia risolto il problema dello “stigma” che circonda i malati psichici: molti cittadini, infatti, li considerano persone pericolose e irrecuperabili che andrebbero nuovamente rinchiuse. In questo senso, tanto e ancora tanto si può e si deve fare dal punto di vista dell’educazione, dell’informazione e della sensibilizzazione.

La sofferenza psichica non è qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi. Il confine tra normalità e follia è sempre incerto. L’esperienza vissuta, le angosce, gli smarrimenti “Come se finisse il mondo” (Borgna) sono fragilità presenti in tutti. Le risposte sono da costruire ogni giorno.

10 maggio 2018
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