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DIRE - LE OPINIONI

Gentiloni, Renzi e la “grazia di stato”

di Roberto di Giovan Paolo

Passate le ferie  si tornerà (forse) al sodo: il governo Gentiloni da Palazzo Chigi dovrà affrontare la realtà di tutti i giorni sapendo che ha un mandato pieno del parlamento e la fiducia del presidente della repubblica Mattarella. Quest’ultimo ha ribadito in modo inequivocabile col discorso di fine anno che alle elezioni non si andrà se non quando saranno armonizzate le regole per Camera e Senato, riconsegnate da un referendum dal voto inequivocabile al loro compito legislativo paritario.

E saranno finite le vacanze anche per Matteo Renzi, che come minimo dovrà dirimere questioni messe da parte per quasi tre anni, che riguardano il partito di cui è, volente o nolente, segretario nazionale: il Partito democratico ha deciso di tenere entro febbraio i congressi nelle realtà commissariate (e Roma non è una gatta da pelare di poco conto, per esempio…) e poi di costruire le condizioni per il congresso nazionale, che significa primarie; e primarie che decidono, a norma di statuto, chi è segretario ma anche candidato alla presidenza del consiglio nelle prossime elezioni legislative.

Siamo sicuri di ritrovare il Gentiloni e il Renzi che abbiamo lasciato da poco nel 2016?

La domanda potrà sembrare ingenua ma non è peregrina e può divenire essenziale in vista di una migliore comprensione di cosa può riservarci il 2017.

I cattolici (ma non solo loro in un Paese come il nostro…) sanno che spesso ci si richiama al concetto di “grazia di stato” per indicare un atteggiamento caratteriale che cambia, anche implicitamente, anche non volendo, quando qualcuno viene chiamato, specie se non lo cerca, a un compito difficile e inesplorato, nel quale si suole fare affidamento, per la fede allo Spirito Santo, e per la laicità alle caratteristiche stesse del compito assegnato: caratteristiche intrinseche e talvolta misteriose.

Nessuno si stupisca che si citi questo fatto, forse non a sproposito, se ci permettiamo di utilizzarlo per la condizione attuale di Gentiloni e Renzi, entrambi infatti non hanno cercato il ruolo che la politica gli sta affidando (di fatto Renzi ha pensato alla segreteria del partito solo come elemento “scalabile” per arrivare a Palazzo Chigi e di certo Gentiloni mai si era proposto di puntare a Palazzo Chigi, posto che mai avesse fatto un pensierino al ministero degli esteri…).

Ora la situazione, i fatti concreti, sono stati più stringenti di qualsiasi pensiero più o meno recondito.

Non staremo ad almanaccare sul referendum, la scommessa personale di Renzi (contro anche le richieste pressanti del Quirinale) e la soluzione escogitata per uscire dall’impasse.

Fatto è che, nelle situazioni date, ci si trova a lavorare con le scadenze e le necessità attuali.

Per dire, da tre giorni l’Italia è nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed è una dote tutta gentiloniana; l’allora neo ministro degli esteri raccolse l’impegno e l’ambizione del nostro Paese e dovette confrontarsi con un forte rischio di non farcela (dopo alcune votazioni l’Italia cominciava a perdere voti nell’Assemblea generale dell’Onu), perciò tirando fuori una delle sue qualità riconosciute, il pragmatismo, in ambito UE strinse un patto per dividersi a metà il mandato con i Paesi Bassi e anzi si “rivendé” il mezzo scacco come “una vittoria europeista”, un mezzo passo in avanti verso il famoso (e per ora utopico) seggio unitario del’UE in seno al Consiglio di sicurezza.

Dunque, Gentiloni ci tiene (Renzi forse, ma forse, ricorda appena il fatto, gli esteri non sono una sua passione). Poi il nostro Paese sarà chiamato a gestire a marzo il G7 a Taormina: economia ma soprattutto sicurezza e fatti globali, vedi relazioni con Putin su cui Trump, lo sappiamo, ha le sue idee; difficile pensare che da ora a marzo ci sia molto altro spazio se non per le pronunce della Corte costituzionale su legge elettorale e referendum sul jobs act: non cose da poco ma questioni da sbrigare poi nei mesi a venire, considerato il tempo parlamentare necessario a cambiare e rendere omogenea una legge elettorale e infine a decidere se si deve celebrare il referendum oppure se lo si può cancellare dal calendario modificando la legge (sempre che la Corte non giudichi il quesito sbagliato o addirittura modificativo della legge e dunque non lo ammetta).

Nel qual caso, senza referendum sul jobs act e con i tempi della legge elettorale, poi finito il G7, con i sessant’anni dei Trattati di Roma (l’origine lontana della UE ) da celebrare in Campidoglio in pompa magna, verrebbe difficile pensare che Gentiloni possa decidere di dimettersi,viste le cose in cui l’Italia deve essere rappresentata degnamente e, soprattutto, senza un palese voto di sfiducia del parlamento.

Altro che “guardare al passato”, scandito da Renzi al tempo del referendum, si tornerebbe alle crisi politiche di governo extraparlamentari, quelle che perfino l’Italia di Prodi (soprattutto) e di Berlusconi – i vent’anni di cui si lagna sempre Renzi – avevano cancellato.

Peraltro alla vigilia del semestre di presidenza UE della Germania (da giugno 2017), pendente le elezioni e un eventuale rinnovo della Grosse Koalition per la quale la Merkel ha richiamato addirittura dalla presidenza del parlamento europeo Schultz per averlo come suo vicecancelliere: è pensabile che l’Italia annunci che il suo governo è pronto a combattere contro le politiche dell’austerità della Merkel e contro tutte le politiche dell’immigrazione UE ma intanto s’auto-affonda con una manovra che neppure la Democrazia Cristiana di Rumor?

Gentiloni gestirà la sua nuova veste in Consiglio di sicurezza Onu, al G7 di Taormina, al Campidoglio per marcare la differenza con il sindaco Virginia Raggi e poi di fronte alla UE assumendo un ruolo di leadership morbida, di”soft power” come direbbe il suo amico Realacci, oppure accetterà di essere considerato a vita un replicante a tempo determinato?

La “grazia di stato” si manifesterà? Magari laicamente, sul capo del patrizio cattolico (d’origine famigliare per carità).

E si manifesterà sul capo del neoleader di partito Renzi? Che ai partiti non crede più da tempo e che ha ricevuto un partito in coma (non terapeutico…) da Bersani e così l’ha mantenuto per tre anni con una dirigenza fiacca e inadatta (gli esecutivi alle sette di mattina come photo opportunity, le direzioni senza dibattito, le assemblee rimandate… le tante sconfitte alle amministrative….) e ora è costretto a fermarsi nella casella che tre anni fa utilizzò solo per arrivare a Palazzo Chigi?. Gli starà stretta? Avrà l’entusiasmo sufficiente?

Avrà la pazienza di tenere il gioco al governo sapendo che comunque prima di autunno non si voterà (ma allora perché non accettare la proposta del presidente Mattarella che quella data gli aveva proposto con anche la certezza di una legge elettorale ben fatta e la continuità sua al governo? Solo per paura dell’emergere di qualcun altro?)

E che per tornare a vincere deve saper aspettare?

Dipenderà molto anche dai consiglieri che avrà accanto.

Probabilmente ( e possibilmente…) diversi da quelli che avuto in tutti i mesi del referendum…

E dovrà ristudiarsi qualche caso democristiano, non facendo finta che lui non li conosca: per esempio, quello del governo Fanfani della “non sfiducia” in cui Martinazzoli dopo la parola mancata di Craxi sulla “staffetta” con De Mita, in un memorabile discorso da capogruppo diede ai socialisti “appuntamento alla politica” ma non votò a favore del proprio governo – Fanfani – per andare subito alle elezioni anticipate.

Il governo Gentiloni gode di fiducia parlamentare. Certo può perderla , specie al Senato e con i mal di pancia di Verdini… ma sarebbe il viatico per una vittoria far cadere Gentiloni, un governo amico, con una manovra di palazzo e poi tentare di vincere in un Paese che nel referendum costituzionale ha votato più sulla persona Matteo Renzi che non sulla carta costituzionale?

Un “nuovo” Gentiloni potrebbe andare a fine legislatura.

Un “nuovo” Renzi potrebbe accettarlo, consolidare il Pd ,aspettare la sua rivincita.

Ma, appunto, sarebbero un “nuovo Gentiloni” e un “nuovo Renzi”.

Il 2017 non è il 2016. Tra breve scopriremo se sarà davvero un “nuovo” anno.

(da www.ytali.com magazine online di cultura e di politica diretto da Guido Moltedo)

* è nato a Roma nel 1962. Romano (“e romanista, ovvio”) da diverse generazioni con orgoglio, ma diffidando del provincialismo da “generone” tipico della sua città ha per questo studiato Storia e lingue e discretamente viaggiato; ha fatto il giornalista (qui e là divertendosi molto) e ha girato per oltre 15 anni l’Europa con l’Associazione dei comuni e degli enti locali promuovendo progetti e finanziando le comunità locali. Ha fatto – dicunt – dignitosamente il Senatore della Repubblica facendo approvare persino due sue leggi (incredibile dictu!) tornando dopo al suo mestiere di giornalista e consulente di progetti. Obiettore di coscienza al tempo, è tornato a riaffilare le armi (solo sportive) ottenendo un onorevole 17esimo posto nazionale nella sciabola maschile

 

10 gennaio 2017

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