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Migranti, il monito della Cei: “No a riapertura Cie se restano luoghi di reclusione”


ROMA – “Quanto alla riapertura dei Cie, non possiamo non condividere il ‘no’ affermato dalle realtà del mondo ecclesiale (Migrantes, Caritas, Centro Astalli) e della solidarietà sociale (Cnca), oltre che di giuristi (Asgi) impegnati da anni nella tutela e la promozione dei migranti, se questi dovessero continuare ad essere di fatto luoghi di trattenimento e di reclusione che, anche se con pochi numeri di persone, senza tutele fondamentali, rischiano di alimentare fenomeni di radicalizzazione, e dove finiscono oggi, nella maggior parte dei casi,  irregolari dopo retate, come le donne prostituite, i migranti più indifesi e meno tutelati”. Lo dice monsignor Nunzio Galantino, segretario della Cei, presentando la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato di domenica.

Quello della Cei, spiega Galantino, è un ‘no’ condizionato. Secondo il segretario dei Vescovi, infatti, “l’assicurazione successiva del presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno sulla diversa natura, anche se non ancora precisata, dei Cie” non rappresenta un’assicurazione sufficiente.

Sì all’identificazione dei migranti che arrivano tra noi“, sostiene Galantino, che spiega come l’emergenza migranti debba essere affrontata con “un’accoglienza attenta alla diversità delle persone e delle storie, pronta a mettere in campo forme e strumenti rinnovati di tutela e di accompagnamento che risultano una sicurezza per le persone migranti e per la comunità che accoglie”.

Poi, aggiunge: “Sì a un’accoglienza diffusa, in tutti i comuni italiani, dei migranti forzati, in fuga da situazioni drammatiche. Si tratta di creare un servizio nuovo nelle nostre comunità per accogliere alcune persone e famiglie in fuga, due su tre delle quali potrebbero fermarsi solo per alcune settimane o mesi, come è avvenuto in questi tre anni, in collaborazione con le realtà associative, della cooperazione sociale ed ecclesiali presenti sul territorio”.

Galantino chiede ancora: “A chi giova demonizzare con lo stigma della delinquenza e del puro interesse tutte le realtà impegnate nel campo dell’accoglienza?  A che serve appiccicare su tanti giovani, uomini e donne che compiono con professionalità questo lavoro la stessa etichetta di alcune famigerate esperienze, per fortuna scoperte e condannate? Si tratta di scrivere una nuova pagina del nostro welfare sociale guardando anche a tuto quello che di positivo si sta facendo”.

10 gennaio 2017

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