Diciassette anni senza Fabrizio De Andrè

ROMA –  Se ne andava diciassette anni fa Fabrizio De Andrè. Il cantautore genovese, tredici album- incise innumerevoli pietre miliari della storia della musica italiana- poeta per tanti, morì per un carcinoma polmonare. Era l’11 gennaio 1999.

Nato nel 1940 a Genova Pegli, De Andrè intraprese la carriera di cantautore dopo lo straordinario successo de ‘La canzone di Marinella’, cantata da Mina nel 1965. Arriva la popolarità e arrivano i primi soldi, ed è lo stesso Faber (così lo chiamava l’amico d’infanzia Paolo Villaggio) a raccontare che a quel punto non c’erano lavoro o università a tenere: la sua vita sarebbe stata dedicata alle canzoni.  “Ho cominciato a pensare che forse le canzoni m’avrebbero reso di più e soprattutto divertito di più”, ammette. E ha avuto ragione.

de andrè

LE CANZONI – Uomo sensibile e attento alla vita in tutte le sue sfumature, descrisse con delicatezza e trasporto gli emarginati. I ladri e le prostitute, i ribelli e quelli che si arrangiavano. Tutti con la stessa dignità: quella di esseri umani.

Tra i suoi successi più amati spiccano ‘Via del campo’, ‘Bocca di rosa’, ‘La città vecchia’, ‘La guerra di Piero’ e ‘Il pescatore’, e gli album capolavoro ‘Storia di un impiegato‘ e ‘Non al denaro, non all’amore, né al cielo’, quest’ultimo un riadattamento dell”Antologia di Spoon River’ del poeta Edgar Lee Masters.

Nel 1984 incise ‘Creuza de mä’, un album interamente scritto in genovese dedicato alle radici mediterranee e considerato un caposaldo della musica etnica. L’ultimo album originale pubblicato prima della morte è del 1996 ed è strepitoso: ‘Anime salve’, incentrato su solitudine e emarginazione, punta il dito contro contro l’indifferenza e il razzismo.

Perché era così animata la penna di De Andrè quando scriveva le canzoni? “Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile”.

IL SEQUESTRO – Sposato con la cantante Dori Ghezzi (“A certa gente il fatto che mi sia innamorato di Dori dà un fastidio enorme- raccontò-. Il mito è crollato! Si è innamorato della bella ragazza, che credono oca e invece è più intelligente di me“), insieme a lei venne rapito nell’agosto del 1979 dall’Anonima sequestri sarda. Restarono quattro mesi imprigionati nel Supramonte e vennero liberati dopo il pagamento del riscatto da 550 milioni di lire. De André, da subito, espresse la volontà di perdonare i suoi rapitori, ma non i mandanti del sequestro. “Passammo quattro mesi sul Supramonte, legati a lettucci di foglie. Il primo mese le emozioni ci tennero compagnia, poi la monotonia prevalse- spiegò in seguito-. Al processo perdonammo i carcerieri: dopo tutto non gli veniva lasciato altro modo per mantenere le loro famiglie. Ma non perdonai i mandanti”. “Se trovi degli alibi alla persona che ti tratta male e dici ‘in fin dei conti me lo sono meritato’, ne esci pulito da un punto di vista psicologico- commentò spiegando il suo stato d’animo-. Invece se la consideri un’offesa grave, come in effetti fa la maggior parte delle persone sequestrate; perché tutti lo considerano immeritato, ed è immeritato, ne esci sconvolto. Si vede che ho un cervello che si adatta alle necessità di vivere tranquillo e di non perdere l’autostima, senza andare in depressione“. La vicenda ispirò l’album ‘Fabrizio De Andrè’, noto ai fan come ‘L’indiano’ per via della sua copertina.

IL PENSIERO – Libertario, si definiva De Andrè. Una persona “estremamente tollerante” e uno che, a conoscerlo, sicuramente “ci rimani deluso: non sono un atleta della parola, se cerco di riuscire a portare avanti un discorso semplicemente parlando, dicendo delle parole, per riempire gli spazi di silenzio, o se tento di stringere, dico delle grandi vaccate“. Due  i suoi chiodi fissi: “l’ansia di giustizia e la convizione, presuntuosa, di poter cambiare il mondo”. Fu grazie al poeta e scrittore francese Georges Brassens, racconta De Andrè,  che “scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti“.

Morì a Milano a 59 anni sentendosene molti di più. “Ho più della mia età, ho avuto tempi di invecchiamento più corti della media, forse perché non ho mai rifiutato nessun tipo di esperienza. Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto“.

di Antonella Salini

10 gennaio 2016
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