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DIRE - LE OPINIONI

Obama e l’NRA

di Barbara Varchetta (Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali)

Il presidente Obama passerà certamente alla storia come l’uomo del disgelo tra Cuba e gli USA dopo oltre cinquant’anni di guerra fredda, embargo, divisioni e serrate sfide con i Castro ma con poca probabilità riuscirà a dirimere una delle più spinose questioni attualmente dibattute nel Paese: ridimensionare le lobbies delle armi e ridurre sensibilmente la loro diffusione .

Le cronache degli ultimi giorni ci consegnano uno spaccato allarmante: l’ennesima strage si è consumata per mano di un giovanissimo esaltato ai danni di persone innocenti e indifese che, negli attimi concitati in cui si compiva il loro destino, non hanno neanche avuto il tempo di darsi una spiegazione, ammesso che possa esistere un perché a tanta violenza e brutalità.

Né i fatti di Newton del 2012, né quelli di Charleston, tantomeno la glaciale esecuzione di due giornalisti in diretta TV (e si potrebbe continuare citando episodi similari per ore) hanno prodotto alcunché: la riforma della normativa vigente tarda ad arrivare. Eppure, quasi il 40% degli americani auspica l’approvazione di una norma più restrittiva di quella ad oggi operante in materia di legittima detenzione di armi da fuoco, nonché controlli e sensibili riduzioni sulle vendite.

E proprio Obama, qualche giorno fa, ha invitato alla coesione l’intero Congresso con l’intento di poter finalmente approvare una riforma che vada in questa direzione. Non ci riuscirà. La lobby delle armi è troppo forte, finanzia molte attività politiche e contribuisce all’elezione di un gran numero di deputati e senatori che, chiamati a decidere sul ridimensionamento della diffusione delle armi, mai potranno schierarsi, sorretti da puro amore di giustizia, a favore di questa soluzione.

La National Rifle Association, la più potente lobby delle armi negli USA, ha in mano Capitol Hill con una maggioranza schiacciante su qualsiasi altro gruppo di potere. E se questo non fosse abbastanza, può contare sull’opinione pubblica favorevole, facendo abilmente leva sulla paura e sui timori della popolazione acuiti dai continui episodi di violenza e dalle barbare uccisioni.

La battaglia sembra dunque giocarsi sul terreno della comunicazione prima che nelle sedi preposte. Il presidente Obama ha colto fino in fondo questa esigenza e sta tentando di sensibilizzare gli americani parlando pubblicamente di sicurezza e negando che possa esistere una corrispondenza tra quest’ultima ed un maggior numero di armi in circolazione. Insiste, inoltre, su un altro punto critico: la mancata previsione normativa dell’accertamento, prima della vendita di un’arma, della condizione psichica e delle pendenze giudiziarie di chi la acquista. Obama precisa che non è un giro di vite o un divieto tout court: la riforma della materia deve ispirarsi a principi di buonsenso e tentare di superare persino il dettato costituzionale. Il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, infatti, testualmente recita: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto delle persone di detenere e portare armi”. E’ bene ricordare, però, che la Costituzione americana risale al lontano 1789 e che l’interpretazione del citato emendamento, datato 1791, è da sempre questione controversa non essendo mai stato chiarito se esso faccia riferimento al solo esercito che in quell’epoca aveva certamente un gran da fare nel difendere la fragile struttura della neonata Confederazione od anche ai cittadini comuni. Dopo oltre duecento anni di storia gloriosa, dopo la straordinaria quanto repentina evoluzione del diritto americano, dopo il raggiungimento di standard di civiltà e di cultura ai quali tutto il mondo occidentale si ispira, appare ormai improcrastinabile un intervento legislativo in materia di armi. Tuttavia, poco aiutano in tal senso le pronunce delle varie Corti e della stessa Corte Suprema che, chiamate ad intervenire in ragione dei ricorsi intentati dai cittadini, continuano a schierarsi a favore della libera detenzione piuttosto che dar luogo ad una giurisprudenza univocamente orientata alla restrizione. Il contributo della magistratura americana potrebbe essere l’incipit per depotenziare e censurare l’attuale normativa agevolando nei fatti il necessario iter di riforma. E’ da considerarsi un percorso inverso ed innaturale, tuttavia appare l’extrema ratio nella risoluzione di una problematica che mai vedrà un definitivo componimento se lasciata alla discrezionalità di chi viene eletto col sostanziale contributo dei lobbisti.

09 ottobre 2015

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