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Usa. La storia di Khaled, medico e cooperante siriano espulso dal travel ban

ROMA – “Nessuno mi ha chiesto o spiegato nulla. Un funzionario dell’aeroporto ha deciso che ero una persona sospetta e mi ha annullato il visto. Da quel momento non mi hanno neanche permesso di fare domanda per ottenerne un altro”. Ha spiegato così alla Dire l’inizio della sua odissea Khaled Almilaji, un siriano originario di Aleppo che appena sbarcato negli States, dove viveva e studiava, si è visto negare il permesso a tornare a casa.

La misura è scattata per effetto del travel ban imposto dall’amministrazione Trump a gennaio per aumentare la sicurezza nazionale, e che impone vincoli molto rigidi ai cittadini originari di sette paesi, tra cui anche la Siria.

Khaled però non è un immigrato comune: negli Stati Uniti ci viveva dal 2016, per frequentare il master in Salute pubblica a Rhode Island, grazie a una borsa di studio offerta dalla Brown University, che ha riconosciuto l’impegno di Khaled in ambito medico e umanitario.

Prima della guerra Khaled lavorava come medico ad Aleppo, come si legge sul ‘Guardian’ che per primo ha raccontato la sua storia. Con lo scoppio della ribellione ha iniziato a darsi da fare curando i feriti e prestando servizio come volontario negli ospedali. Il suo attivismo gli è costato l’arresto da parte delle autorità di Damasco, certe che fosse vicino ai gruppi armati anti-governativi. In carcere ha trascorso sei mesi, dove ha subìto anche torture. Dopo la sua liberazione è andato in Turchia, dove ha iniziato a raccogliere fondi per finanziare gli ospedali in Siria e far arrivare medicinali e attrezzature. Nel 2013 poi, la creazione dell’Organizzazione Canadian International Medical Relief.

“Il mio visto è stato revocato perché ero appena rientrato dalla Turchia- ci spiega Khaled- quindi, essendo un giovane siriano, questo significa che sono un sospettato, sebbene avessero un dossier in cui è spiegato per filo e per segno di cosa mi occupo sin dal 2012. Nè in aeroporto, nè dopo, nessuno mi ha convocato: non mi hanno chiesto nulla, nemmeno il perché fossi stato in Turchia”. Eppure laggiù Khaled ci era andato a dicembre per una delle sue tante missioni umanitarie, e molte persone avrebbero potuto confermare la sua versione.

Khaled da un giorno all’altro ha dovuto quindi abbandonare gli studi, la sua vita, ma soprattutto non ha potuto raggiungere sua moglie, rimasta sola nel Rhode Island, incinta della loro prima figlia, attesa ora, a giorni. “La cosa peggiore- dice ancora il medico- è stata la situazione di mia moglie. E’ rimasta completamente sola, e i primi sei mesi di gravidanza sono stati particolarmente duri per lei. Le autorità non hanno tenuto assolutamente conto di tutto questo”.

Quindi, dopo qualche mese di attesa, “ho deciso di trasferirmi altrove per continuare i miei studi”: da qui la scelta del Canada, a Toronto, dove è arrivato il 16 luglio. “Mia moglie mi ha raggiunto dopo qualche giorno. Da qui potrò continuare il mio lavoro in Turchia per gestire il mio team di volontari e sostenere le strutture sanitarie in Siria”. Laggiù, “la situazione è al limite: niente scuole né strutture medico-sanitarie affidabili. Comunicare è impossibile, e non parliamo della sicurezza”.

Il travel ban di Trump “è una manovra politica”, commenta il medico alla Dire, convinto che “non renderà gli Stati Uniti più sicuri. Al contrario, li isolerà di più, spaccando l’opinione pubblica. Eppure sono sicuro che gli americani troveranno un modo per resistere e riportare il loro Paese sulla strada dei valori sui quali è stato costruito”, conclude.

09 agosto 2017

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