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Migranti, un giorno con Musaab: a Genova per una vita nuova

GENOVA – ‘In vita mia non ho mai fatto una cosa piu’ bella’. Esordisce cosi’ Duilio, uno dei volontari che ieri, dal Libano, sono atterrati Genova per accompagnare Musaab e i due fratelli piu’ grandi. I loro volti sorridono radiosi: adesso, Musaab, profugo siriano di 13 anni, ha una speranza di battere l’anemia aplastica, una grave forma di leucemia, grazie a un trapianto di midollo qui in Italia. In Libano l’operazione sarebbe costata intorno ai 100mila dollari.

Il fratello Sbei, 17 anni, sara’ il donatore. A coprire tutti i costi – non solo le cure, ma anche vitto e alloggio della famiglia – l’ospedale pediatrico Gaslini, attraverso una convenzione annuale con la Regione Liguria, su sollecitazione della Caritas diocesana. Al biglietto aereo invece ha pensato la onlus Flying Angels.

Ma la macchina della solidarieta’ e’ stata innescata dai volontari di operazione Colomba, corpo non violento dell’Associazione Comunita’ Papa Giovanni XXIII (Apg23), che ha avviato anche un crowdfunding – rilanciato dall’Agenzia DIRE – per coprire le spese che hanno preceduto la partenza: 7.600 euro, quasi il doppio dei 4.000 che si dovevano raggiungere per assicurare le cure vitali in Libano. Il resto rimarra’ alla famiglia per gestire questi complicati mesi di distanza tra Genova e Beirut.

Oltre alle difficolta’ economiche, sono tanti gli ostacoli di una realta’ – quella libanese – che tratta con particolare durezza i siriani esuli dal loro Paese in fiamme.

LA SITUAZIONE DEI PROFUGHI IN LIBANO

Insieme a Duilio – in Libano da due mesi, e a cui mancano poche settimane ‘per finire il turno’, ossia completare il tirocinio curricolare del suo corso di laurea in Cooperazione internazionale – incontriamo anche Andrea, volontario sia di Operazione Colomba che di Abeo – onlus che si occupera’ del caso di Musaab qui a Genova – mentre Alessandro, il terzo cooperante arrivato a Genova con la delegazione libanese resta all’interno dell’ospedale per fare da interprete tra il personale medico genovese e i ragazzi siriani.

‘Abbiamo conosciuto Musaab il 3 maggio – raccontano alla DIRE i giovani volontari -. La sua famiglia era sul lastrico a causa delle cure che la sanita’ ai siriani non concede gratuitamente’. E nessun’altra associazione la stava aiutando. ‘Noi di solito facciamo altro – chiarisce Duilio – accompagniamo i siriani da avvocati e medici o segnaliamo casi particolari ad altre ong. Ma in questo caso non potevamo certo lasciare Musaab morire’.

In questi casi interviene l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che copre il 90 per cento delle spese di ricovero. Ma il restante 10 per cento era comunque una cifra troppo elevata per la famiglia, che doveva provvedere anche ai medicinali e alle trasfusioni, ‘di cui ha bisogno almeno due volte alla settimana – spiega il cooperante -. Grazie allo ‘sconto’ dell’Unhcr costano 351 euro l’una, ma per alcune necessita’ particolari si arriva a 480 euro’. Persino trovare il sangue non e’ semplice ‘e spesso per i medicinali bisogna spostarsi da Tripoli a Byblos o Beirut’.

Tutte queste spese superano di gran lunga il salario mensile del fratello maggiore, ‘che ha sulle spalle due famiglie’: Mohammed, 22 anni, diventato capofamiglia dopo la morte del padre, oltre alla madre e ai cinque fratelli deve provvedere anche a sua moglie e a un figlio piccolo.

Musaab e’ uscito dall’ospedale di Beirut il 26 maggio. Inizialmente era lo stesso ospedale che voleva rilasciarlo perche’ la famiglia sembrava morosa di 2.500 dollari. Poi, ‘quando hanno scoperto che avevamo attivato l’ambasciata per farlo arrivare in Italia – spiegano i cooperanti – hanno detto che non l’avrebbero piu’ rilasciato finche’ non avrebbero saldato il debito che intanto era sceso a 1.200 dollari. Era una vera e propria contrattazione: alla fine abbiamo pagato 533 dollari con i fondi di una ong libanese’.

Ma una volta uscito dall’ospedale, la salute di Musaab e’ peggiorata. ‘Martedi’ scorso gli e’ venuta la febbre – raccontano i ragazzi – ma nessuno dei sei ospedali contattati era disponibile a riprenderlo. Per fortuna nel campo profughi c’era un medico, e siamo riusciti a fargli una flebo di antibiotico’.

Musaab sarebbe dovuto arrivare a Genova una settimana fa, ‘poi la burocrazia libanese ha complicato tutto’. Per il via libera servivano la dichiarazione di morte del padre che pero’, ci spiegano, ‘non viene rilasciata cosi’ facilmente perche’ e’ deceduto in carcere, sotto il regime. Per fortuna, siamo riusciti a ovviare con una serie di autocertificazioni, non semplicissime da fare dato che la mamma di Mussab e’ analfabeta. Inoltre serviva la sua autorizzazione per far volare in Italia i due figli minorenni’. Poi c’era il problema della mancanza del passaporto: Musaab e i suoi fratelli viaggiano, infatti, solo con il visto medico.



LA ‘SCHIZOFRENIA’ DELLA POLIZIA

Infine, ‘lo schizofrenico comportamento della Sureté Generale – denuncia Duilio – che da un lato non vuole i siriani in Libano, dall’altro una volta che ci sono fa di tutto per non farli piu’ partire’. Il motivo, per i cooperanti, e’ semplice: ‘Il governo libanese si arricchisce con i siriani perche’ per loro sono manodopera sottopagata. I muratori, ad esempio, lavorano sui ponteggi senza alcuna protezione. E poi, non disprezzano i soldi dall’Unione europea per non farli partire’. Quindi per i due giovani volontari, ‘il Libano vuole i siriani a patto che siano sottomessi: li tratta da clandestini, e li fa sentire una minoranza senza diritti’. E Duilio racconta le vessazioni a cui i profughi sono sottoposti dal governo libanese.

‘La Sureté Generale mette insieme di servizi segreti e polizia amministrativa e si occupa anche di tutta la partita dei visti – spiega ancora -. I profughi siriani che vivono in Libano sono tra 1,2 milioni e 1,8, a fronte di una popolazione complessiva di 4 milioni. Vivono quasi come clandestini, visto che non hanno documenti ufficiali: la carta d’identita’ siriana non conta, hanno solo il documento dell’Unhcr’.

In Libano ci sono poi check point ovunque. ‘Controllano i documenti quando ti sposti da un centro all’altro – prosegue Duilio – e sta alla bonta’ del singolo poliziotto di turno non sbatterti in carcere se sei siriano. E se sei siriano, in carcere non te la passi tanto bene: botte, torture ma anche minacce verbali come ‘te ne torni in Siria’, che forse e’ anche peggio della violenza fisica’. Per il cooperante, ‘e’ la dimostrazione di forza di una realta’ politica che invece e’ molto debole. Ma forse con un 20 per cento di popolazione straniera, anche in Italia si sarebbe sempre sull’orlo di una guerra civile’.

LA VITA DEI VOLONTARI STRANIERI

Ma i problemi riguardano anche i volontari: Duilio ci spiega che Operazione Colomba, che lavora nel campo profughi di Tel Abbas, nel nord del Libano, opera come associazione non riconosciuta dal governo. Una scelta quasi obbligata, quest’ultima, perche’ ‘per lavorare in Libano come organismo riconosciuto devi avere dei dipendenti libanesi. Ma non e’ che i libanesi abbiano proprio una vocazione naturale per aiutare i siriani’. Eppure, assicura, ‘vale la pena lavorare qui, anche se mi dovessero espellere dal Libano per aver prestato assistenza umanitaria non riconosciuta’.

Mentre parliamo con i due italiani, fa capolino anche il fratello maggiore di Musaab, Mohammed. Impossibile comunicare con lui se non a gesti e sorrisi: parla solo arabo. E fuma. ‘Come un turco’ ci racconta Duilio: ‘E’ venuto a Genova con piu’ stecche di sigarette e documenti medici che vestiti’. L’idea di portare Musaab al Gaslini e’ emersa quando ormai era chiaro che non ci sarebbe stato nessun modo per operarlo in Libano.

Qualche complicazione e’ arrivata anche dall’ambasciata italiana che in un primo tempo non voleva far partire Musaab e i suoi due fratelli senza la certezza che il governo libanese li avesse riaccolti una volta tornati da Genova. ‘Il visto medico dura 90 giorni, tanto che per far partire Musaab abbiamo gia’ dovuto prenotare il biglietto aereo di ritorno per l’11 settembre’, dice Duilio.

Ora, invece, che al Gaslini ci sono arrivati, la strada che si tentera’ di percorrere e’ un’altra: far ottenere ai tre fratelli arrivati nel capoluogo ligure lo status di rifugiati e poter arrivare al ricongiungimento familiare nel giro di 5-6 mesi. E, nel frattempo, sperare che la situazione clinica di Musaab volga al meglio.

di Simone D’Ambrosio

9 giugno 2017
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