Opinioni

Una crisi di sistema

Paolo Pombeni per www.mentepolitica.it
 E’ accaduto quel che tutte le persone di buon senso speravano non accadesse: un gruppo di capi partito ha deciso di mettere in questione anche l’istituzione di garanzia e snodo del sistema, cioè la presidenza della repubblica. Si fa presto a dire che la storia darà un giudizio severo dell’irresponsabilità di queste persone che si baloccano con richiami alla democrazia senza sapere che cosa essa sia e come si governi. Purtroppo le conseguenze di questa irresponsabilità ricadranno su tutto il paese e non è una consolazione scrivere che in un certo senso il paese se l’è cercata facendo prevalere la voglia di dare un calcio ad una vecchia classe dirigente che non aveva saputo trasmettergli la fiducia necessaria in anni di difficile crisi.

Quel che si deve valutare è che l’assennata proposta del presidente Mattarella di chiedere che si metta in servizio un governo “neutrale” per consentire al paese di decidere del suo futuro con una ragionevole riflessione è stata rifiutata da capi partito smaniosi solo di sfruttare quello che credono possa essere il vento favorevole delle sfide spettacolari. Il prezzo però non sarà solo la perdita di importanti scadenze e magari un nuovo sussulto per la nostra economia (e non si tratta solo di sapere se ci sarà o no un attacco della speculazione finanziaria), ma altrettanto rilevante la distruzione della politica come mediazione.

Di Maio e Salvini puntano alle urne a luglio e si disinteressano della notazione di Mattarella che avverte come un voto in piena estate (l’8 luglio è praticamente una data impossibile, si andrà più avanti) sia un’incognita per la partecipazione. A loro interessano i rispettivi fan, i pasdaran di cui ciascuno dispone, che pensano alle urne ci andranno in ogni caso: se gli altri stanno a casa, meglio per i rispettivi partiti. Ma è davvero possibile dare vita ad un governo degno di questo nome se ci sarà una bassa partecipazione e dopo una nuova campagna elettorale avvelenata a base di promesse irrealizzabili?

La domanda è piuttosto angosciante. Il ruolo di un paese è determinato da un delicato mix di elementi: la tenuta del suo sistema messo in gioco da un passaggio di poteri disordinato, giocato sulle tensioni di una campagna elettorale decisionale (amministrativo, ma non solo), la sua reputazione internazionale, l’ordinato convivere dei vari centri di potere in cui si colloca la sua classe dirigente. Come pensare che tutto questo non sarebbe lunghissima, animato dalla voglia del vincitore o dei vincitori di celebrare quella che si riterrà essere una vittoria storica della propria parte?

L’Italia ha già conosciuto un passaggio non facile nel 1992-1996 con un ventennio che non è che abbia lasciato in eredità una situazione di grande equilibrio né sul piano istituzionale né su quello sociale e culturale. Si potrebbe dire che oggi paghiamo le conseguenze dei veleni che in quei decenni sono stati irresponsabilmente messi nel circuito del sistema-Italia. Ma non è una buona ragione per considerare la crisi attuale un destino inevitabile.

Chi ha giocato al tanto peggio, tanto meglio è altrettanto responsabile del pasticcio che abbiamo davanti. L’aver aizzato gli animal spirits di un paese deluso e angosciato dalle aspettative di un futuro che non si preannunciava favorevole è stato il gioco perverso a cui si sono abbandonati settori non irrilevanti di coloro che attraverso i vari media formano la pubblica opinione. L’hanno fatto magari con l’eterna ingenua intenzione che dipingendo tutto a tinte fosche per reazione la gente favorisse l’avvento del messia redentore. Avessero studiato un po’ più di storia avrebbero saputo che in genere così si apre la strada ai demagoghi pronti a ricoprirsi alla bell’e meglio dei panni del messia invocato.

Poi ci sono le responsabilità della classe politica espressa dai partiti che hanno forgiato la cosiddetta seconda repubblica che è stata incapace di produrre un circuito virtuoso che inglobasse i bisogni di cambiamento e di circolazione delle elite che sono tipici di ogni fase di transizione. Forza Italia che diventa insignificante perché deve tenersi un leader ottantenne ormai senza più fiato per correre e che altrimenti scompare del tutto è un’icona drammatica del fallimento della svolta del 1992-94, quando, piaccia o meno, ci fu un tentativo di mettere in campo una classe politica alternativa. Ma lo stesso può dirsi del centrosinistra che liquidato il “papa straniero” Prodi di produrre altri leader non è stato capace, se non con l’effimero tentativo di Renzi, vittima precoce di un talento che non riusciva ad uscire dalla spirale perversa del circolo di amici e del teatrino mediatico.

Nei pochi mesi che ci separano dalla sfida all’OK Corral elettorale, avvenga in piena estate o ad inizio autunno (difficile sia più in là, ma non cambierebbe molto), non è facile immaginare il famoso colpo di reni delle classi dirigenti responsabili in grado di riportare il paese a prospettive di assennatezza. Purtroppo le prospettive più probabili sono o la replica dello stallo fra una pluralità di “vincitori” che domani potranno allearsi ancor meno di quanto non abbiano potuto oggi, o la vittoria grazie all’astensionismo di uno dei due populismi oggi in campo. Per un esito diverso ci vorrebbe un miracolo. Anche in politica qualche volta accade, ma non ci si può contare troppo.

9 maggio 2018
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