Politica

Peppino Impastato, a 40 anni dalla morte parlano il fratello e gli amici

ROMA – Il coraggio di Peppino, la forza di mamma Felicia: il ricordo di Giovanni Impastato. Sono passati 40 anni dalla morte del giornalista e attivista politico Giuseppe ‘Peppino’ Impastato, ucciso in modo barbaro da Cosa Nostra per la sua battaglia portata avanti con la sua attività politica e con l’arma dell’ironia grazie all’emittente ‘Radio Aut’, libera autofinanziata, con cui ha denunciato i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini.

I suoi resti furono ritrovati il 9 maggio del 1978, stesso anno e giorno della morte di Aldo Moro, in un casolare vicini ai binari della ferrovia di Cinisi, in provincia di Palermo. Quest’anno cadono proprio i 40 anni dalla sua scomparsa e per l’occasione gli appuntamenti tradizionali di Casa Memoria copriranno circa 10 giorni, dal 2 al 9 maggio.

LEGGI ANCHE40 anni fa l’uccisione di Peppino Impastato, tutti gli appuntamenti per ricordarlo

I ricordi di quel periodo sono terribili– ha raccontato Giovanni all’agenzia Dire-. È stato anche il giorno della morte di Aldo Moro. Per noi è stato un fulmine a ciel sereno, non ce l’aspettavamo. Ricordo che siamo anche stati trattati male dagli investigatori, che hanno perquisito le nostre abitazioni. Ci hanno preso per dei terroristi. Verso di noi sono stati brutali”. Per questo ad un certo punto “abbiamo voluto trattenere le lacrime e ci siamo rimboccati le maniche”.

Giovanni ha poi ricordato la tenacia, la forza e un coraggio come quelli mostrati da Felicia, la mamma di Peppino (e di Giovanni): “Lei ha reagito come può reagire una mamma. Era sconvolta, ma aveva capito che serviva andare a vanti, che dovevamo dare l’immagine giusta di Peppino. Come per i suoi compagni, che subirono perquisizioni. Loro riuscirono a trovare le macchie di sangue nel casolare dove fu fatto esplodere: hanno portato avanti un impegno serio e hanno pure rischiato”. Mamma Felicia “ha avuto un ruolo importantissimo, era la moglie di un mafioso. Ma era la madre di un militante che combatteva la mafia. Credeva nei valori famiglia. Non ha mai lasciato il marito, che era un mafioso, e lo ha rispettato fino alla fine”. Ma poi “si è schierata dalla parte della giustizia e non della mafia. Lei prima era complice di Peppino e poi nostra, dei compagni di Peppino”.

Quando si persero le tracce di Peppino “sul momento abbiamo sottovalutato la cosa, pensavamo ad un appuntamento politico, era candidato nella lista con Democrazia Proletaria. L’indomani mattina ci siamo trovati in una situazione terribile. Sono ferite che difficilmente si potranno rimarginare. Oggi è importante raccontare queste cose, portare avanti il suo messaggio“. Come è importante ricordare il coraggio di Peppino: “Era molto coraggioso. Lui ha operato una rottura storica, non solo nella società ma anche nella famiglia, che era di origine mafiosa. Lui una persona sensibile. Era ironico, il suo è stato il primo caso di lotta alla mafia con l’ironia. Li ha messi più in difficoltà con l’ironia. Peppino ha avuto coraggio, amava il suo territorio” e alla gente “chiedeva di riflettere. Era un intellettuale preparato”. Ancora oggi si ricorda una sua famosa frase, uno slogan forte contro la mafia, definita “una montagna di merda“. Era una frase “colorita- ha ricordato Giovanni- Ma ci sta. Perché la mafia è proprio quello”.

PARLANO GLI AMICI: ERA CONTROCORRENTE, DIFENDEVA LA SUA TERRA

“La mattina del 9 maggio appena mi sono alzato ho sentito mia madre che parlava con la vicina di casa, che stava raccontando di Peppino saltato in aria mentre stava mettendo una bomba. Era questa la notizia che circolava in paese”. Quarant’anni, come fossero quaranta giorni. Il ricordo rimane indelebile, non va via neanche a volerlo, nemmeno sforzandosi di mettere una pietra sopra una vicenda che ha segnato il paese e, soprattutto, la vita di tanti giovani siciliani. Pino Manzella era uno dei compagni di Peppino Impastato. Circa 10 anni di conoscenza, la condivisione di gioie e dolori, di imprese e ragazzate, di cose serie e meno serie (“Ricordo che con Peppino andai pure a vedere il primo concerto qui in Sicilia di Fabrizio De Andrè”). Pino Manzella era uno dei compagni di Peppino, con loro ha combattuto Cosa Nostra con l’arma dell’ironia, dai microfoni di Radio Aut.

Quella mattina del 9 maggio si disse che Peppino era saltato su una sua bomba che stava piazzando alla ferrovia di Cinisi: “Era la notizia che circolava in paese”. Ma i suoi compagni non ci credevano, non credevano a un Peppino terrorista: “Con la mia macchina sono arrivato sul posto dov’era morto, mi aspettavo di trovarlo recintato. Non lo era”.

C’era tanta gente “ma gli unici a non poter rimanere eravamo proprio noi. Ci interrogarono per una giornata in caserma, in modo pressante”. Nei giorni successivi il funerale, con la famiglia di Peppino che prese un medico legale, “andammo al casolare a cercare qualcosa. Ci avevano detto di andare lì, e prendere tutto quello che potevamo trovare. I Carabinieri avevano già trovato una gamba e una mano, noi trovammo l’altra, anch’essa intera e questo dimostrava che la bomba non gli era scoppiata tra le mani“.

L’idea era di un incidente occorso al Peppino terrorista o di un suicidio premeditato mesi prima, come ‘testimoniato’ da una lettera: “Nel casolare, su un sedile in cemento, abbiamo trovato una prima macchia rossastra, era evidente che avevano cercato di cancellarla, e un’altra più chiara. E poi altre, dal sedile alla porta. Continuando a cercare abbiamo trovato pure una serie di macchioline rosse, anche su delle pietre. E poi i resti di Peppino, ridotto a brandelli. Abbiamo messo tutto in un sacchetto di plastica e portato via”.

L’obiettivo, infatti, era quello di portare tutto al medico legale, il dottor Ideale Del Carpio: “Dopo aver analizzato tutto avvertì il magistrato e i Carabinieri, c’era pure l’allora maggiore Antonio Subranni: “Una pietra fu portata via, questa diede la svolta alle indagini“, spiega ancora Manzella, che continua: “Subranni, il 10 maggio, fece un verbale in cui si parlava di Peppino che saltava in aria mentre metteva una bomba”.

Ricorda ancora Manzella: “La cosa strana è che il 30 maggio Subranni rese un altro verbale senza parlare di tutto quello che era successo, a partire dalle pietre”.

Il compagno di Impastato ha poi ricordato che “durante l’interrogatorio a un carabiniere scappò, in dialetto, che “‘ora ca v’ammazzaru u capu può essere ca v’arrisittati’, e cioè “Ora che vi hanno ammazzato il capo può essere che vi date una calmata”. Perché “noi eravamo quelli che smuovevano le acque a Cinisi, disturbavamo. Se non c’era nessuno a farlo, vivevano in tranquillità e i mafiosi potevano fare tutti gli affari che volevano”. La paura era tanta in Peppino e nei compagni. La loro attività con la radio, e non solo, cominciava a non essere più gradita in paese: “A parte una lettera minatoria, misero lo zucchero nella tanica di benzina della macchina di Peppino. Temevamo il peggio. Come poi è successo. Il cugino Riccobono gli disse proprio il giorno prima ‘Stasera non andare a Cinisi in paese, che succederà qualcosa di grosso'”. E c’era pure qualcuno più grande di loro “che ci diceva ‘state attenti, perché così andate a sbattere’. Ma non pensavamo si potesse arrivare a questo punto. Ti immagini che ti possono prendere a legnate, invece sono passati a vie di fatto e in un modo terribile”. Peppino oggi “era uno come noi, anche se oggi è diventato una icona antimafia. E manca, tutti i giorni in tutte le cose che si fanno. Fosse ancora tra noi lo vedrei con movimenti come i No Tav, lo vedrei con chi nuota controcorrente. Lui so che voleva andare in Sudamerica, ma poi sarebbe tornato qui. Voleva cambiare il paese e difendere il territorio”.

FORGIONE: DA PEPPINO IMPASTATO ROTTURA DI UN SILENZIO SOCIALE

Un’antimafia sociale. È quanto Peppino Impastato, con la sua triste vicenda, ci ha lasciato ben 40 anni fa. Francesco Forgione, già presidente della Commissione Antimafia dal 2006 al 2008, ricorda così il giovane giornalista e attivista politico, scomparso il 9 maggio del 1978. “La morte di Peppino ci ha lasciato una testimonianza del suo tempo- ha detto Forgione-. Per i media fu quasi inesistente visto che quello fu anche il giorno del ritrovamento di Aldo Moro”.

La sua era “una antimafia sociale, contro qualsiasi deriva ecumenica ed istituzionale”. Peppino ha avuto la forza, il coraggio, “di chiamare la mafia per nome e cognome, denunciare commistioni con politica e potere in una fase in cui pronunciare un nome come quello di Badalamenti significava condanna a morte“.

E poi Peppino combatteva la mafia con l’ironia: “Ed è uno strumento fondamentale, mette a nudo la visione distorta del potere dei mafiosi”. Ma soprattutto Peppino chiamava Badalamenti “‘Tano Seduto’ e rappresentava il consiglio comunale di Cinisi come il consiglio della tribù che si riuniva per eseguire gli ordini di Badalamenti. Era un capo cupola, era la massima espressione dei rapporti tra mafia, Democrazia Cristiana e potere”. Da parte sua, da parte di Peppino, “c’era una rottura di un silenzio sociale, ma anche la rottura all’interno della famiglia mafiosa in cui il padre era collocato. Era l’espressione totale della rottura di codici mafiosi, di costume, di una doppia morale esistente da parte di tutti”.

Per la morte di Peppino ci furono dei depistaggi che rallentarono l’arrivo alla verità. Ad esempio sulla morte “del padre di Peppino non si è mai indagato, l’incidente fu strano”, ha spiegato ricordando che dietro ai depistaggi nel caso di Peppino c’era “il generale Subranni, che fu protagonista di tutti i depistaggi del caso”.

Il ruolo di Felicia, la mamma di Peppino, fu invece “fondamentale prima nel difendere Peppino e poi nel raccoglierne il testimone. La capacita di chiedere la verità e la forza di dire a Badalamenti ‘io ti devo taliari negli occhi‘ (ti devo guardare negli occhi, ndr) rivendica autonomia e libertà. L’esperienza di Felicia è l’altra faccia della forza di Peppino”.

 

Inevitabile un passaggio sulla sentenza Stato-Mafia: “È un processo complesso- spiega- E non è stato condannato nessuno della sfera politica. Emerge ancora una volta il ruolo di Marcello Dell’Utri, come uomo chiave nei rapporti tra mafia e politica”. Quello di 40 anni fa “era una fase nella quale i rapporti tra potere politico, mafia e apparati dello Stato erano consolidati. La mafia non sarebbe stata questa se non avesse goduto di queste collusioni”.

Ti potrebbe interessare anche:

9 maggio 2018
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»