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Nel campo di Zaatari in Giordania, dove le donne rifugiate hanno opportunità di lavoro

ZAATARI (Giordania) – Sorride a chi la chiama Nawad, ma si capisce che prova ancora disagio. A Dara’a, a pochi chilometri di distanza, dall’altra parte del confine, era sempre e solo ‘Um Ali’: la madre di Ali, come se una vita sua non l’avesse. Strano ma la rinascita è cominciata a Zaatari, il campo per richiedenti asilo più grande di Giordania, 80 mila profughi siriani in container di metallo dipinti con fiori, boschi e melograni ad arrostire sotto il sole del deserto. Sei figli, l’orto, un marito che guadagnava e decideva per tutti. Poi c’è stata la guerra e Nawad, un nome che in arabo allude a un inizio, è rimasta vedova. Le speranze della Primavera araba, con le proteste di piazza e le richieste di democrazia; l’intervento dell’esercito e le esecuzioni sommarie, con figli, fratelli e mariti uccisi senza pietà: le storie, a Zaatari, si assomigliano. “Ogni filo e ogni ricamo mi aiutano a superare il dolore” dice ora Nawad, seduta accanto a un container tinteggiato di verde, omaggio a una Siria immaginata e fantastica, così diversa dal deserto e dalla polvere di Zaatari. Dietro prati e ruscelli ci sono computer e macchine da cucire: il cuore dell’oasi, uno degli spazi di incontro, ascolto e aiuto allestiti all’interno del campo grazie ai finanziamenti e al sostegno offerto dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

“Alle più vulnerabili diamo la possibilità di lavorare un anno come insegnanti o sarte garantendo un salario minimo di 210 dollari al mese” spiega Marta Garbarino, una delle responsabili di Un Women, l’organismo dell’Onu che gestisce le strutture. Il sistema si chiama ‘Cash for work’ e offre un incentivo per conquistare autosufficienza e ruolo sociale. Il salario vale 20 volte il sussidio base assicurato a tutti gli abitanti di Zaatari; soprattutto, permette di immaginare un futuro. Quando è arrivata, Nawad soffriva di depressione acuta. La situazione è cominciata a cambiare solo grazie all’impegno quotidiano, con i ricami sui tappeti di cotone pesante utili per isolare i pavimenti dei container, troppo freddi nella notte del deserto. Dopo alcuni mesi i figli di Nawad hanno smesso di lavorare e ripreso a frequentare le lezioni in una delle 29 scuole del campo. Lei continua a farsi chiamare ‘Um Ali’ ma partecipa alle riunioni congiunte dei comitati maschili e femminili di Zaatari senza vergognarsi come prima, con una sicurezza nuova. “Voglio che i miei ragazzi mi prendano ad esempio” spiega: “Ho provato a superare le difficoltà nonostante partissi da molto indietro”.

A Zaatari sono tante le vedove o le mogli di uomini che con la guerra hanno perso lavoro, sicurezza economica e ruolo sociale. Nei container, spesso, le capofamiglia sono donne. Costrette ma anche disposte ad affrontare un Paese diverso, con leggi differenti, che ha accolto chi fuggiva ma pure fissato soglie invalicabili, chiudendo un anno fa il confine e permettendo il lavoro ai rifugiati solo se garantiti da un cittadino giordano. Nelle oasi, già 11 mila consulenze, corsi e opportunità di impiego grazie alla Cooperazione italiana, la parola chiave è resilienza. Per capirlo basta superare i container dove si tengono le lezioni di informatica. In un modulo da 256 metri quadri, ideato dalla fondazione friulana Building Peace Foundation con una tecnologia finita nelle sale del Museum of Modern Art (Moma) di New York, è nato un incubatore di imprese. “Offriamo corsi e nozioni essenziali, dalla contabilità ai business plan, perché una volta concluso l’anno di lavoro le donne possano avviare un’attività tutta loro” spiega Garbarino.

L’obiettivo è favorire intese con cooperative giordane che diano alle rifugiate la copertura legale necessaria per operare anche al di fuori di Zaatari”. Un traguardo raggiungibile ancora per poche, in un contesto che resta difficile. Nell’ultimo mese, subito al di là delle guardie di frontiera del regno hashemita, i profughi siriani hanno ripreso ad ammassarsi. E anche in Giordania è cominciata una fase nuova, conferma Stefano Severe, rappresentante ad Amman dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr): “Nel campo di Azraq i ritorni sono ormai nell’ordine dei mille al mese; chi è fuggito dalla Siria ha ormai esaurito le risorse”. Meglio nei container dove c’è un sussidio e il soggiorno è gratuito, insomma, che in cerca di un lavoro in nero soffocati dal carovita ad Amman, Irbid, Mafraq o Zarqa. Oggi nei quattro campi allestiti dalla Giordania vive circa un quinto dei 657 mila rifugiati siriani censiti, in nove casi su dieci al di sotto della soglia di povertà. Russia, Turchia e Iran hanno firmato un accordo per il rispetto di “zone sicure” ma è presto per capire come il cessate il fuoco possa tradursi nella pratica. Di certo, sottolinea Severe, “il sogno dei profughi è tornare a casa e non restare nei campi né essere trasferiti in Paesi terzi, magari in Europa”. La pensano così Nawad e le altre, sedute lì accanto. “Abbiamo conquistato un’indipendenza nuova” dice Rabaa: “Quando torneremo in Siria, costruiremo un Paese diverso”.

dal nostro inviato Vincenzo Giardina, giornalista profesionista

09 maggio 2017

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