Congedo parentale, in Italia i papà come Zuckerberg

Mark Zuckerberg

ROMA – Il congedo di paternità è sempre più trendy. Marck Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook ne ha dato annuncio con un post, naturalmente tramite il suo account sul social network, che conta oltre 49 milioni di follower: “Priscilla ed io stiamo iniziando a prepararci per l’arrivo di nostra figlia (…). Ho deciso di prendere 2 mesi di congedo di paternità, quando arriverà nostra figlia”. Il giovanissimo ultramiliardario prosegue specificando che a tutti i dipendenti di sesso maschile, la società di Menlo Park concede ben 4 mesi pagati per stare a casa con il nuovo arrivato. Come Zuckerberg, sono molti i papà famosi che si occupano a tempo pieno della prole, spesso ‘sostituendosi’ egregiamente e per lunghi periodi alla madre: ne sono un esempio Colin Farrell, Hugh Jackman, Brad Pitt e Matt Damon, solo per citarne alcuni, immortalati molto frequentemente alle prese con i figli – e l’aiuto di qualche paziente tata – nelle situazioni più disparate. Ma questo quadro ritrae pochi privilegiati, perlopiù a diverse migliaia di chilometri da qui.

Nel vecchio continente, nonostante i ruoli siano molto più fluidi e i papà siano sempre più attivi e presenti nella crescita e nella cura quotidiana dei bambini, sono ancora le madri, nella stragrande maggioranza dei casi, a sacrificare la professione per vivere pienamente la maternità.

“ll nostro Paese sta cercando di invertire questa tendenza al fine di adeguarsi agli standard europei, introducendo un’estensione al congedo obbligatorio di paternità. Favorire una maggiore condivisione della genitorialità è l’obiettivo di un preciso emendamento della legge di Stabilità che ha esteso a due le giornate di congedo di paternità obbligatorie che vanno ad aggiungersi al congedo di maternità”, spiega Simone Colombo, consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing. In Italia, stando ai dati ufficiali, il 14% dei padri usufruisce dei permessi. “Nell’86% per cento dei casi sono le donne a chiedere il congedo parentale per far fronte alla cura dei figli- spiega Colombo- Non ci sono ancora dati previsionali, ma la possibilità introdotta dal Jobs act di usufruire del congedo ad ore anziché a giornate intere potrebbe essere di aiuto alle famiglie ed aprire nuove opportunità per i padri che non uscirebbero dal mercato del lavoro e potrebbero accrescere la presenza in famiglia”.

Ma come funziona la paternità al maschile? Oltre al congedo obbligatorio di due giorni, il padre può usufruire di due giornate di assenza facoltativa, in alternativa all’astensione della lavoratrice madre, che devono pertanto essere defalcate dai giorni spettanti alla madre per il congedo di maternità obbligatorio. Per queste 4 giornate il dipendente percepisce il 100% della retribuzione globale e la contribuzione figurativa. “In realtà 4 giorni servono generalmente al disbrigo delle faccende urgenti e sono poco utilizzabili per godersi appieno i bimbi. Inoltre statistiche INPS ci dicono che anche se le giornate garantiscono l’intera retribuzione, sono ancora poche le domande presentate”, prosegue Colombo.

“Sia il congedo obbligatorio di paternità, che quello facoltativo, sono riconosciuti anche in caso di adozione ed affidamento, entro i 5 mesi dall’ingresso del figlio nel nucleo familiare”, specifica Colombo. Un distinguo va fatto infine rispetto al congedo di paternità ‘sostitutivo’, ossia l’astensione retribuita dal lavoro riconosciuta al padre, al posto della maternità obbligatoria, nelle ipotesi in cui il congedo non possa essere riconosciuto alla madre (ad esempio in caso di morte, grave infermità, abbandono del bambino, o di affidamento esclusivo del figlio al padre). Qualora il lavoratore abbia diritto al congedo di paternità ‘sostitutivo’, potrà sommare tale congedo anche con le due giornate di congedo di paternità obbligatorio.

Un’ultima ‘variante’ riguarda infine il congedo parentale (quest’ultimo è noto anche come maternità facoltativa), ovvero l’assenza, ugualmente facoltativa, della durata massima di 10 mesi cumulabili tra madre e padre (in alcuni casi 11), per un massimo di 6 mesi a genitore (a meno che il bambino non abbia un solo genitore). Il congedo parentale è solo parzialmente retribuito (30% dello stipendio lordo) fino ad un massimo di complessivi 6 mesi (tra i due genitori), e non oltre i 12 anni del bambino.

Per le mamme in alternativa al congedo ci sono i voucher per baby sitting.

A livello europeo, l’Italia occupa gli ultimi posti della classifica. Sono la Svezia e Norvegia, secondo l’analisi realizzata dall’European industrial relations observatory, gli unici due paesi europei dove i congedi parentali sono utilizzati sia dai padri che dalle madri per equilibrare gli impegni familiari con l’attività professionale.

Nelle altre nazioni europee lo strumento viene utilizzato essenzialmente dalla donna. Tra i paesi dove l’utilizzo dei congedi parentali rimane particolarmente limitato ci sono l’Irlanda (solo il 20% li utilizza) e il Regno Unito (solo il 3%). In ogni caso sono sempre le madri a prenderli sebbene il diritto spetti ad entrambi. In Spagna sono quasi solo le donne (il 98%) a usufruire del congedo parentale. Così come in Ungheria (98%), Belgio (91%) e Germania (gli uomini raggiungono solo il 2,1%). In Olanda invece, dove il congedo parentale con l’attuale schema è stato introdotto nel 1991, lo ha utilizzato circa il 25% dei lavoratori. Anche in Olanda il congedo ha una remunerazione più elevata nel settore pubblico (75% dello stipendio pieno) e la percentuale di utilizzo sale al 49% di chi ne ha diritto (ne hanno usufruito il 59% delle donne e il 40% degli uomini). Si conferma così che un elevato livello di retribuzione è un elemento chiave per i padri. “Complessivamente il successo del congedo parentale dipende da caratteristiche quali durata, compensi, flessibilità, compatibilità e sovrapposizione del periodo fra padre e madre. Lì dove la percentuale di retribuzione prevista per il periodo di congedo è relativamente bassa, lo strumento viene utilizzato dalle madre (che di solito ha una retribuzione inferiore a quella del partner). Quando invece la percentuale di retribuzione prevista è più vicina allo stipendio normale si registra un aumento significativo dell’utilizzo da parte dei padri, come accade in Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia”, conclude Colombo.

9 febbraio 2016
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