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Carceri. Minori dietro le sbarre, i volontari raccontano

CarcereBOLOGNA – “Qui mi considerano un vero uomo perchè ho ucciso. Ma se fossi stato un vero uomo quel giorno mi sarei girato e sarei andato via”. E’ la frase pronunciata da un ragazzo che fino a un paio di anni fa è stato detenuto al carcere minorile di Torino (ora è passato nel carcere per adulti) e a riferirla è Luca Pavan, uno dei volontari che lo ha conosciuto nell’istituto e ha fatto con lui un percorso di amicizia e rieducazione. Pavan è il responsabile del settore giustizia minorile dell’associazione Comunità Giovanni XXIII di don Oreste Benzi, in prima linea nell’aiutare le persone in difficoltà e presenti anche nei carceri minorili italiani con animazione e volontari. Attività vere e proprie vengono fatte a Torino, Treviso, Bari e Acireale, ma l’associazione di don Benzi ha dei volontari in tutta Italia, che solitamente accompagnano i giovani nei percorsi post pena in comunità e case famiglia.

Quando si entra in un carcere minorile si entra in un mondo a parte, dove niente è scontato– racconta Pavan- a volte può essere difficile anche far capire loro che giocando a pallone ci sono delle regole da rispettare. Spesso i ragazzi sono abituati alla logica della sopraffazione, per loro tutto si basa su relazioni di forza e hanno qualche problema con il concetto di ‘regola’. Banalmente, fanno fatica ad accettare che non si possa fare fallo, perchè se non vinci o non dimostri di essere il più forte, di fatto diventi il perdente”. Questo, racconta Pavan, accade “quando coi ragazzi detenuti si gioca a calcio, a ping pong o anche a biliardino”. E ancora, prosegue Pavan, spesso i ragazzi “si stupiscono quando diciamo loro che non siamo pagati per andare lì” così come li lascia dubbiosi la “possibilità di un’amicizia tout court tra maschio e femmina, che per loro è una novità assoluta, non l’hanno mai conosciuta”.

Quando l’associazione è entrata nei carceri minorili con operatrici donne, all’inizio c’è stata qualche difficoltà a instaurare un rapporto con i ragazzi. Poi, quando ha funzionato e i ragazzi si sono abituati, si sono creati dei rapporti molto belli. Anche perchè, dice ancora Pavan, “in gruppo sono tutti spacconi, poi però nei colloqui individuali vengono fuori le debolezze”. E’ anche per questo che il lavoro dei volontari diventa importante. “Noi andiamo là per stare con i ragazzi, passare del tempo con loro, non per fare chissà che, anche solo per giocare a calcio. L’obiettivo è far capire loro che, al di là dei rapporti di forza che conoscono, un’altra modalità di relazione è possibile”.

Con alcuni minori, racconta Pavan, si sono creati dei rapporti profondi, che continuano anche dopo l’uscita dal carcere. Uno è proprio questo ragazzo che è stato in carcere a Torino per omicidio: era con un gruppo di amici e il ‘branco’ ha preso di mira un clochard, lui è stato quello che ha esagerato. “Mi ha raccontato di averlo fatto per non mancare di essere il più duro nel gruppo. Ma alla fine aveva capito il suo errore e mi ha detto questa frase: ‘Se fossi stato un vero uomo, quel giorno mi sarei girato e me ne sarei andato'”. Di esempi di percorsi positivi, racconta Pavan, ce ne sono tanti. Un ragazzo rumeno, anche lui detenuto a Torino per omicidio, “è cambiato e cresciuto. Adesso sta studiando per diventare cuoco nel carcere di Cuneo, dove c’è una apposita scuola alberghiera, si sta diplomando”. Non è il solo ragazzo che, dopo il minorile di Torino, si è spostato a Cuneo per poter frequentare questa scuola. “Alcuni ragazzi hanno già finito gli studi e hanno aperto dei bar, sono storie che ci danno immensa soddisfazione”, dice Pavan. Il lieto fine o meno, osserva il responsabile, è però “sempre una scelta molto personale, a volte tu puoi offrire opportunità ma la cosa non funziona”.

Ci sono infatti, purtroppo, anche storie che vanno a finire male, con ragazzi che ci ricadono ancora e ancora, o di cui si perdono le tracce. “Si tratta spesso di giovani che vengono da famiglie difficili, soprattutto al Sud, oppure dai campi nomadi. Arrivano da contesti, spesso anche familiari, in cui l’avversione alla legge e alle regole è nel dna. Per cui anche loro, pur sapendo che non va bene, finiscono per ricascarci”, spiega Pavan. La situazione non è semplice: “O tagliano completamente i ponti con le loro famiglie, oppure fanno fatica a rimanere lontani da certe realtà”. Se a Torino, Bari e Treviso i volontari entrano nelle carceri per proporre attività ludiche, specialmente nel weekend (“Almeno evitiamo che questi ragazzi di 15-16 anni passino tutto il giorno davanti alla televisione”, dice Pavan), l’istituto di Acireale è quello più vivo, dove l’associazione propone anche attività più strutturate, anche teatrali e musicali.

“Quello di Acireale è un carcere diverso da quelli del Nord, dove il 90% dei detenuti è straniero, qui sono quasi tutti ragazzi del posto”, racconta Marco Lovato, che da vent’anni si è trasferito in Sicilia e insieme alla moglie Laura Lubatti ha dato vita ad una delle più strutturate case famiglie dell’associazione, dove sono stati accolti negli anni circa una decina di ragazzi che hanno lasciato il minorile per passare alla ‘messa in prova’. “I detenuti qui vengono quasi tutti dai quartieri problematici delle periferie di Palermo, Catania, Messina- racconta Marco- alcuni purtroppo li ritrovi poi nel carcere per adulti”. Una volta, “alla direttrice dell’istituto che diceva ‘Mi fa impressione pensare che ho avuto qua dentro i vostri padri’, uno dei ragazzi ha risposto dicendo ‘Si rassegni che avrà anche i nostri figli’, racconta Lovato.

Le ‘ricadute’ dei ragazzi detenuti negli istituti minorili in Sicilia, spiega Lovato, sono purtroppo molto comuni. “Di solito questi ragazzi finiscono in carcere per rapine e spaccio, raramente per reati più gravi, ma la percentuale di recidive è alta- spiega Lovato- anche perchè per loro, a maggior ragione in un momento come questo in cui per tutti i giovani è difficile trovare lavoro. Per loro è praticamente impossibile“. Ci sono, però, anche “percorsi in comunità che funzionano e questo per noi è una grandissima speranza”, aggiunge Lovato. All’inizio i ragazzi approdano alla casa famiglia perchè obbligati, come alternativa alla pena, e non sono sempre entusiasti. Poi, però, racconta Lovato, nascono esperienze molto positive. Come quelle dei ragazzi che ora lavorano nella cooperativa “Rò la formichina”, creata 13 anni fa proprio dal gruppo dell’associazione Comunità Giovanni XXIII.

Tra le belle storie, c’è quella di un ragazzo di 18 anni che aveva alle spalle parecchie brutte rapine. “Dopo il carcere, è stato con noi un anno e alla fine ci ha chiesto una mano perchè voleva incontrare le vittime dei suoi reati e chiedere scusa. Adesso fa il muratore e, finita la pena alternativa, è tornato nella sua famiglia”, racconta Lovato. I volontari della comunità Giovanni XXIII sono molto presenti nel carcere di Acireale. Oltre all’animazione, hanno portato tra le sbarre il teatro (facendo lavorare i minori insieme a ragazzi disabili) e non solo. “D’estate ci sono le biciclettate al mare e a Capodanno a pranzo abbiamo fatto il barbecue nel cortile dell’istituto: ha partecipato anche il magistrato di sorveglianza”, racconta Lovato, spiegando che “qui la direzione dell’istituto e lo stesso Tribunale dei minori sono molto vicini e attenti alla realtà del carcere minorile, e questo è molto bello”.

di Marcella Piretti

 

09 febbraio 2015

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