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Kyenge: “Mi chiamò ‘orango’, Calderoli va processato”

C. KyengeBOLOGNA – Nessun reato, nessuna offesa, e dunque nessun processo per il vice-presidente leghista del Senato, Roberto Calderoli. Quell'”orango” buttato lì in pubblico nel 2013, quella battutaccia che a molti è sembrata vera e propria “istigazione all’odio razziale”, per la giunta delle autorizzazioni a procedere del Senato era solo l’espressione di una opinione politica, dunque non censurabile. Un voto che ha raccolto il consenso anche di molti esponenti del Pd, e che ha fatto infuriare Cécile Kyenge, ex ministro e ora parlamentare europea del Partito democratico, oltre che vittima dei violenti sproloqui di Calderoli. Nei giorni scorsi, poi, è arrivato il dietro-front. A fine febbraio sarà anche l’aula del Senato a doversi pronunciare, e dunque sembra che la situazione dovrebbe ricomporsi, e l’autorizzazione a procedere contro il leghista, concessa. Ma per tanti è sembrata una toppa troppo tardiva.

Onorevole Kyenge, è amareggiata?

Sono triste. Quello della lotta al razzismo è un tema che deve essere ancora discusso bene all’interno del mio partito. Per approfondire e chiarire quali sono i nostri valori fondamentali, che sono universali e che devono essere impressi nel nostro codice, nel nostro dna, come punti irrinunciabili. Il cortocircuito che è successo in Senato è frutto di una mancata chiarezza. (DIRE) Bologna, 9 feb.

Forse c’è stata un po’ di superficialità...

A mio avviso in Senato non hanno capito il punto essenziale di quello che è successo. Chi dice che bisognava aspettare la mia querela, si sbaglia. Non serviva: qui stiamo parlando di “istigazione all’odio razziale”, e dunque di un reato perseguibile di ufficio. Il Senato era tenuto a pronunciarsi, non su Calderoli, sulla sua la persona, ma sulle sue parole razziste. E’ come se avessero ammesso il razzismo all’interno delle attività parlamentari, delle istituzioni italiane.

A fine febbraio verranno chiamati a esprimersi tutti i senatori, in aula, e con voto segreto.

Ecco, la miglior risposta che possono dare è quella di dimostrare in Senato che il razzismo deve essere messo al bando. Ovunque. Altrimenti è come aprire la porta a un veleno che s’infiltra dentro la nostra società… Ma non è tanto il percorso o il processo che seguirà, ma a come si arriverà alla soluzione finale. Stiamo parlando di un reato. E la cosa triste è che i miei compagni di partito non l’abbiano capito: si sono visti tre volte, hanno sentito anche Calderoli, ma non hanno sentito me, che sono la persona offesa. E invece dovevano farlo. Questo è veramente molto triste. Spero solo che si sia trattato di un incidente di percorso, e così per me – politicamente – vale ora solo il voto del Senato.

Certo, il tema della lotta al razzismo non sembra essere oggi nell’agenda politica.

Se devo dire la verità, mi sono sentita un po’ abbandonata su questi temi dopo che sono uscita dal governo, perché ho dovuto, da sola, trovare io un avvocato per seguire questi casi e per fare in modo che si arrivasse alla formazione di una coscienza collettiva: è questo il motivo per cui non ho fatto una querela personale. Questo non è un tema che riguarda solo Cécile, ma è un tema che deve riguardare la coscienza collettiva. Definire qualcuno un “orango” riferendosi al colore della pelle o alle sue origini, non credo che sia per nulla una critica politica.

(Dires – Redattore Sociale)

09 febbraio 2015

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