Congo, nel Nord Kivu gli studenti si mobilitano per la pace

Le elezioni, in programma a fine anno, "non possono che svolgersi in una regione in cui la sicurezza sia stata ripristinata"

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ROMA – “Basta parole: è ora di passare ai fatti”: questo l’appello lanciato alla popolazione dal Coordinamento interstudentesco di Beni, città del Nord Kivu negli ultimi quattro anni scossa dagli attacchi di milizie ribelli. Blocco pacifico dei veicoli della missione di peacekeeping dell’Onu, la Monusco, e aiuti ai profughi sono alcune delle iniziative proposte per incoraggiare le istituzioni congolesi e i “caschi blu” a intervenire affinché pace e sicurezza siano ripristinate.

Il Coordinamento denuncia che “dal 2 ottobre 2014, la regione di Beni è stata teatro da ripetuti massacri di civili” da parte di milizie che hanno causato “oltre 2.700 morti”, l’ultimo dei quali “il 3 novembre, nelle località di Mangboko e Sikwahila (a una ventina di chilometri da Beni, ndr) in cui hanno perso la vita nove persone”. “Tutte le raccomandazioni presentate dagli studenti e da altri attori della società civile alle istituzioni, alla polizia, ai militari e alla Monusco non hanno mai visto attuazione”.

Il Coordinamento ha previsto diverse iniziative da avviare oggi. Anzitutto, “impedire pacificamente la circolazione dei veicoli della Monusco, fino al ripristino effettivo della pace”. Secondo gli studenti, la missione di peacekeeping Onu è “dotata di una logistica di guerra forte e un budget annuo di miliardi di dollari” a fronte di un atteggiamento “indifferente nei confronti delle richieste della popolazione e di una certa ambiguità negli interventi”. Preso atto di questo, gli studenti affermano che “non è ragionevolmente possibile lasciare che la Monusco faccia turismo a casa nostra”. Nel documento si esorta la popolazione a impedire la circolazione anche agli esponenti della politica che intendano “fare campagna elettorale a Beni e strappare i manifesti dei candidati locali”.

Le elezioni, in programma a fine anno, sottolineano gli studenti, “non possono che svolgersi in una regione in cui la sicurezza sia stata ripristinata”. Infine, si invitano i cittadini a creare “pattuglie popolari” nelle aree più soggette ad attacchi e a portare aiuti e assistenza ai profughi scampati alle violenze. Queste persone vivono “in condizioni molto difficili”, peggiorate “dal blocco alle attività economiche e commerciali” determinato “dalla generale situazione di insicurezza”. Tra le “raccomandazioni” presentate in questi anni dal Coordinamento e “mai accolte” da istituzioni locali e internazionali figuravano la “creazione di una forza militare regionale, dotata di un chiaro mandato offensivo”, l'”apertura di un’indagine internazionale indipendente, imparziale, trasparente e rapida per stabilire fatti e responsabilità sulle uccisioni di Beni”, “la dichiarazione dell’area di Beni come area disastrata, con una completa esenzione fiscale”, “il riconoscimento ufficiale del 2 ottobre come Giornata nazionale della memoria per Beni” e infine “l’organizzazione delle elezioni”. “Fino ad oggi – denuncia il Coordinamento – il governo e la comunità internazionale si sono contraddisti per un silenzio complice mentre gli attacchi si moltiplicano e la gente continua a morire”.

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8 novembre 2018
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