Agricoltura, Federbio: “Soldi pubblici a chi inquina con pesticidi”

ROMA – I soldi pubblici “vanno a chi inquina i campi coi pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici”, mentre all’agricoltura biologica, che copre quasi il 15% delle superfici in Italia, va meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali”. L’altolà arriva in occasione del Sana, la fiera la manifestazione del biologico italiano in corso a Bologna coi dati del primo rapporto “Cambia la Terra”, presentati stamane in piazza Minghetti. E’ da questi che risulta che la politica agricola comunitaria sovvenziona per il 97,7% l’agricoltura convenzionale.

“E quando ai fondi Ue si aggiungono anche quelli italiani, il risultato non cambia”. Alla presentazione ci sono Maria Grazia Mammuccini, responsabile del progetto Cambia la Terra- FederBio, la vicepresidente della Commissione Agricoltura Camera Susanna Cenni, il direttore di Legambiente Giorgio Zampetti, il responsabile Agricoltura Wwf Franco Ferroni, il Presidente Lipu Fulvio Mamone Capria, il ricercatore Isprta Lorenzo Ciccarese, e Patrizia Gentilini di Isde International Society of Doctors for Environment (Associazione medici per l’ambiente).

Secondo il Rapporto, le risorse dedicate all’agricoltura biologica, seppure in crescita, sono inferiori alla media che spetterebbe al settore in base alla Superficie agricola utilizzata (Sau) biologica. Per i dati elaborati dall’Ufficio studi della Camera dei deputati, su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. Se ai dati dei fondi europei si aggiunge il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardi, il risultato rimane praticamente invariato: su un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.

Come a dire che “gli italiani e gli europei in generale pagano per sostenere pratiche agricole che alla fine si ritorcono contro l’ambiente e contro la loro salute, a partire da quella degli agricoltori stessi”, sottolinea Mammuccini. E poi “non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi”. Cioè il costo della certificazione, quello della burocrazia (più alto che per gli agricoltori convenzionali), quello della maggiore quantità di lavoro, quello della fascia di rispetto tra campi convenzionali e campi biologici.

Detto ciò, è difficile calcolare con esattezza quali siano i carichi economici totali che gravano sugli agricoltori biologici. Solo per la certificazione, si parla di 2.790 euro in caso di prima notifica, mentre per il mantenimento annuale il costo è di poco inferiore ai 1.000 euro, se si prende in esame una azienda biologica media, con una dimensione di circa 28 ettari. A questo si aggiunge la maggior incidenza del costo del lavoro nei campi bio: vale il 30% in più che nell’agricoltura convenzionale. E intanto questi operatori subiscono “una sostanziale penalizzazione a livello di incentivi”.

Eppure, l’impatto economico dell’inquinamento da pesticidi è ormai documentato da una serie di studi e ricerche internazionali. Una ricerca statunitense (Pimentel, 2005) valuta in circa 10 miliardi di dollari l’anno nei soli Stati Uniti i costi derivati dall’uso dei pesticidi, tra spese sanitarie, perdita di produttività, perdita di biodiversità, costi per il disinquinamento del suolo e delle acque.

Le stime dell’Organizzazione mondiale della Sanità, peraltro, contano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi all’anno e 258.000 decessi. Circa 71.232 persone ogni giorno (gli abitanti di una città come Pavia) restano intossicate in maniera acuta dai pesticidi e 706 persone muoiono.

Uno studio europeo del 2015 ha poi valutato che l’esposizione prenatale a organofosfati fa perdere ogni anno 13 milioni di punti di quoziente intellettivo e provoca 59.300 casi di ritardo mentale, con un costo economico valutabile da un minimo di 146 miliardi di euro a un massimo di 194 miliardi all’anno. Nel 2017 un’ulteriore valutazione ha confermato la stima di 194 miliardi di euro l’anno in Europa per danni cognitivi per esposizione ai soli pesticidi organofosfati. E si tratterebbe di costi sottostimati.

L’agricoltura che utilizza chimica di sintesi, paradossalmente, è sia tra gli imputati che tra le vittime, visto che secondo il quinto rapporto dell’Ipcc, il panel di esperti Onu, le anomalie climatiche potranno provocare una riduzione della produttività agricola su scala globale compresa tra il 9 e il 21%, da qui al 2050. Senza contare che l’agricoltura è ritenuta responsabile dell’11% delle emissioni di gas serra: terreni coltivati e pascoli hanno perso tra il 25 e il 75% del carbonio che contenevano (liberando gas serra).

I terreni organici, invece, svolgono un ruolo di assorbimento che può arrivare a circa mezza tonnellata di carbonio per ettaro l’anno. E ancora, l’agricoltura chimica richiede maggiori quantità di energia e di idrocarburi. Secondo i dati pubblicati dal Rodale Institute nel 2011, i sistemi di agricoltura biologica utilizzano il 45% in meno di energia rispetto a quelli convenzionali e producono il 40% in meno di gas serra.

Non ultimo, nella lista dei problemi sollevati dall’uso intensivo di chimica nei campi, quello dell’impatto sugli ecosistemi naturali e sulle stesse specie animali. Uno studio Usa del 2014 (Environmental and Economic Costs of the Application of Pesticides) ha valutato in 284 milioni di dollari l’anno il solo danno diretto legato alla scomparsa delle api e degli altri insetti impollinatori.

Lo sterminio di altri insetti e dei parassiti predatori naturali degli insetti e degli organismi dannosi costa invece, complessivamente, 520 milioni di dollari l’anno, considerando anche la spesa del ricorso aggiuntivo a trattamenti fitosanitari.

Per quanto riguarda gli uccelli, al massiccio e diffuso impiego di insetticidi e diserbanti è riconosciuto un ruolo decisivo nella contrazione numerica delle popolazioni nel corso degli ultimi decenni: tra le specie che vivono in contesto agricolo, uno studio della Lipu – Lega italiana protezione uccelli ha indicato upupa e torcicollo come le specie a maggiore vulnerabilità.

8 settembre 2018
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