Centrafrica, la pace tra cristiani e musulmani si costruisce a ritmo di capoeira

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Centrafrica, la pace tra cristiani e musulmani si costruisce a ritmo di capoeira

ROMA – “La Capoeira simula le mosse del combattimento, ma non prevede nessun contatto con l’avversario. Praticandola, non solo ho scoperto un’arte, ma anche una filosofia che insegna la convivenza e l’amicizia perché riunisce le persone, crea legami tra le persone. Ora la insegno ai giovani, per fargli lasciare le armi e dimenticare l’odio e il rancore, e così cerco di promuovere la pace e lo sviluppo nel mio Paese”. Vicky Nelson Wackoro ha 18 anni, e insieme a tre amici due anni fa ha fondato Abada Centrafrique Capoeiria, un’associazione che oggi vanta otto club a Bangui. A bambini, adolescenti e ragazzi viene insegnata questa arte marziale brasiliana, simile a una danza, che prevede acrobazie e mosse eseguite in coppia o in gruppo al ritmo di musica.

All’agenzia ‘Dire’ Wackoro ha raccontato la storia del progetto: “Nel 2012 io e la mia famiglia abbiamo dovuto trasferirci in Repubblica Democratica del Congo. Per quattro anni abbiamo vissuto in un campo profughi insieme ad altri 15mila connazionali”. In quell’anno il Centrafrica sprofondava nella guerra civile: la contesa tra gruppi armati per il potere politico ha incoraggiato l’odio e le violenze tra le comunità di cristiani e musulmani.

Un’ostilità che si registra anche nel campo profughi in Congo: per sedare le tensioni, spiega il ragazzo, alcuni operatori umanitari internazionali propongono ai ragazzi di praticare la capoeira attraverso l’associazione Abada Capoeira Condo. “Mi sono appassionato. Ho anche partecipato a un workshop a Kinshasa, dove ho ottenuto degli attestati. In quel momento io e i miei amici abbiamo avuto l’idea di proseguire questa avventura a Bangui, dove siamo rientrati poco dopo”.

L’obiettivo è semplice: “Attraverso lo sport incoraggiamo i ragazzi a lasciare da parte le armi, e a scegliere uno sport non violento. Così li educhiamo ai valori della convivenza, dell’amicizia, della pace. Lavoriamo anche con ex-bambini soldato, con gli orfani e con minori vittime di esperienze terribili. Alcuni siamo riusciti a recuperarli, e a reinserirli in società”.

Tra i partecipanti ci sono anche delle ragazze, e l’appartenenza religiosa non è un ostacolo. “Da noi cristiani e musulmani danzano insieme. L’unico problema che abbiamo è quello di lavorare in certe zone ritenute pericolose. Poi, a volte bisogna convincere i genitori dei ragazzi. Così li invitiamo alle nostre esibizioni, spiegandogli il senso di ciò che facciamo”.

Ogni domenica, prosegue Vicky Wackoro, “abbiamo un appuntamento fisso: riuniamo i nostri 300 capoeristi affinché si conoscano e facciano amicizia anche tra club diversi”.

In fondo, aggiunge il fondatore dell’Associazione, la capoeira è anche un modo per raggiungere la libertà individuale, oltre che collettiva: “Quando mi sono avvicinato alla capoeira ho riscoperto anche una parte della mia cultura: è un’arte che hanno ideato gli schiavi africani deportati in Brasile, che poi lottando sono riusciti a ottenere l’indipendenza. Questo aspetto mi piace molto”.

E il prossimo passo? “Organizzare in autunno un evento a Bangui, simile a quello a cui partecipammo noi a Kinshasa. Vogliamo invitare anche tre istruttori dal Brasile. Stiamo cercando i soldi per affittare lo spazio, per comprare attrezzature e pagare il trasporto, il vitto e l’alloggio ai ragazzi e agli istruttori. Ma grazie alla generosità della gente, sono sicuro che ce la faremo”.

8 agosto 2018
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