Da Fermo a Dallas: "Le miserie che vanno condannate" - DIRE.it

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Da Fermo a Dallas: “Le miserie che vanno condannate”

karaboue-lROMA  – Gli omicidi di Dallas e Fermo “sono due miserie che vanno condannate”. Commenta così Antonio Karaboue, docente di diritto dell’Immigrazione nella facoltà di Giurisprudenza dell’università Niccolò Cusano, l’odio che ha ultimamente legato i fatti di cronaca in Italia e negli Usa.

“Gli estremismi e i nervosismi, sia a Fermo che a Dallas, non sono mai condivisibili. In Italia c’è stato chi ha soffiato sul fuoco dell’immigrazione, negli Stati Uniti delle fazioni morbose e discriminanti hanno fatto apparire una realtà che non era”.

Il giurista parla di un segnale preoccupante dal punto di vista sociale: “Casi del genere illuminano e aprono a delle riflessioni sull’evoluzione sociale che stiamo vivendo. Indubbiamente in Italia non aiuta il clima di tensione, considerando la presa di posizione di alcuni partiti politici che, sull’onda della crisi economica, individuano nell’immigrazione una delle cause delle maggiori sofferenze dei cittadini. Non possiamo dimenticare- precisa Karaboue- le campagne e i dibattiti sollevati da alcune realtà particolarmente estremiste negli ultimi mesi, cercando di raggiungere un obiettivo elettorale attraverso la strumentalizzazione delle sofferenze e delle difficoltà dei migranti”. Clima di tensione “che non giustifica gli atti violenti e criminali e che fa riflettere su alcuni fenomeni morbosi, negativi e malati, frutto delle situazioni che ci sono e che si vivono”.

Nell’omicidio di Fermo emerge “lo spauracchio dell’immigrato che ci toglie il lavoro, che ci toglie i contributi, i diritti e tutta una serie di garanzie anche sotto il profilo della sicurezza. Quante volte si è detto che le carceri italiane sono popolate da stranieri? Tutta questa serie di informazioni e deformazioni della realtà- spiega ancora il docente all’agenzia DIRE- portano a una condivisione erronea dello stato dei fatti. In particolare, nelle fasce meno istruite e più socialmente provate può crescere quel sentimento di odio che poi, in un’attività criminale, può sfociare in un’azione omicida”.

Parlando di Dallas, il professore di Unicusano tiene a “differenziare la realtà americana da quella europea. Partendo da questo presupposto stiamo mettendo in analogia i due fenomeni solo perché si sono svolti nello stesso arco temporale. Si tratta di realtà diverse”.

Come vanno “condannate le azioni relative a un’attività nei confronti delle persone di colore, così non deve passare l’idea che la Polizia possa prediligere o preferire una determinata attitudine ad abbattere le persone di colore. I fatti che si sono susseguiti in America hanno macchiato l’immagine della Polizia, che non è quella che viene rappresentata. Non dimentichiamo che gli Stati Uniti dopo l’11 settembre hanno trovato una grande adesione sotto il profilo dell’appartenenza americana alla nazione ed è l’America uno dei popoli che ha visto il primo presidente di colore. Un presidente nero alla Casa bianca- sottolinea il giurista- questo bianco-nero incrociati ai massimi vertici istituzionali fa comprendere quanto l’America sia pronta ad una condivisione”.

Che la Polizia “sia uccisa o uccida il principio è lo stesso: non è possibile tollerare alcuna situazione criminale. Certamente alcuni casi hanno danneggiato la figura istituzionale della Polizia. E la stessa Polizia ha fatto ammenda quando l’azione di risposta è stata palesemente eccessiva e laddove abbia sempre riguardato il popolo nero. Ma la Polizia non è solo quella– chiosa Karaboue- noi parliamo di un continente, di 51 Stati, di una realtà complessa e numericamente assai più influente di alcuni casi registrati che caratterizzano una realtà assai marginale rispetto alla totalità dell’appartenenza al sistema di sicurezza americano”.

Sebbene anche un solo caso criminale “dia fastidio, scalpore, terrore e disdegno, bisogna sempre ricondurlo in termini percentuali a una minima parte di una Polizia fuorviata, molesta e che non rispetta quello per la quale ha giurato davanti la Costituzione nel momento in cui ha preso servizio. Penso che si possa parlare di pecore nere, casi isolati e situazioni che non risalgono a una logica impositiva o maggioritaria. Pur condannando questi atteggiamenti- afferma il professore di diritto dell’Immigrazione di Unicusano- non possiamo giustificare poi un’azione ritorsiva”.

Anche in Italia si può parlare di pecore nere? “Indubbiamente sì, il problema sono le percentuali. In America questi casi li contestualizziamo nella grande realtà americana, nella quale possono essere marginalmente rilevanti sotto un profilo statistico. In Italia non possiamo, nei massimi sistemi, paragonare la realtà americana alla Nazione. L’Italia è un Paese esposto ai flussi migratori per ragioni geografiche- puntualizza Karaboue- ed è chiaro che da noi un’azione ha un peso maggiore e maggiorato sia sotto il profilo geografico che sociale. La crisi che viviamo non è la crisi che vive l’America, le nostre peculiarità non sono quelle dell’America. Non possiamo dire che l’Italia sia un Paese razzista, non possiamo dire che l’Italia non sia un Paese solidale, non possiamo dare agli italiani una connotazione che non gli appartiene. Anche se sono qualcosa in più che mele marce o pecore nere, sono sempre una visione minoritaria e gli stessi italiani sono molto toccati- conclude- lo dimostra la solidarietà che si sta registrando in questi momenti da parte di tutti. È molto significativa”.

di Rachele Bombace, giornalista professionista

8 luglio 2016
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