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Forum della Comunicazione: i social media sono il futuro, ma va guidato

MILANO – I social media non sono un gioco impazzito ma una cosa seria, dunque avranno bisogno di professionisti qualificati. È il tema che emerge dal workshop tematico intitolato “Quando le conversazioni e le informazioni diventano mercato e business”, incontro moderato dal direttore dell’agenzia Dire Nico Perrone e inserito all’interno del palinsesto del Forum della Comunicazione, la rassegna al momento in scena a Milano. 

L’incontro è stato organizzato da Talkwalker, azienda che ascolta e analizza l’ecosistema online, aiutando più di mille società a ottimizzare l’impatto della loro comunicazione. Al panel ha partecipato anche Arnaud Steinkuhler (Head of Solutions – Europe TalkWalker) che ha presentato le attività di Talkwalker illustrando un’applicazione del Social Listening, “l’ascolto dei social”, attraverso il caso di Bella&Brava, partita dai social data per individuare nuove possibilità di espansione del business in Europa

Conte (Inps): “Social per incontrare i bisogni”

“Noi non usiamo i social per parlare di noi ma per capire le esigenze dei cittadini e per andare incontro ai loro bisogni”. Sono le parole di Giuseppe Conte, direttore centrale Relazioni Esterne, di Inps, ospite del panel tematico intitolato “Quando le conversazioni e le informazioni diventano mercato e business”.

Conte spiega come Inps abbia 250.000 utenti su Facebook, 36.890 su Twitter, 1.800 su LinkedIn, 5.400 su YouTube e “il 100% di servizi digitalizzati“, dimostrandosi l’azienda pubblica più efficace in termini di digitalizzazione. “Ogni anno organizziamo incontri rivolti studenti universitari e delle superiori per dargli qualche nozione sulla previdenza sociale”, dice, ammettendo che “I social network devono essere parte integrante nella pianificazione della comunicazione- dice- fondamentali per accorciare la distanza con i cittadini e aumentare la fiducia”. 

Ospite del panel anche il direttore della comunicazione associativa ed eventi di Unindustria (Unione degli industriali e delle imprese di Roma, Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo), che punta il dito sulla necessità di modificare i propri dogmi assieme alla propria concezione della mansione lavorativa, chiamata sul web ad essere sempre più professionale. “Siamo nati analogici e siamo anche un po’ nostalgici– dice- dovremmo essere meno legati a vecchi ruoli e inventarci un nuovo mestiere“, chiosa.

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Pattuglia: “Nato come informazione, il social media è arrivato alla volgarizzazione e alla banalizzazione dei temi”

“Siamo di fronte alla caduta del pensiero di un’elite, il che non e’ necessariamente negativo, anche se i social hanno un grande difetto: che il pensiero non fa differenza fra le fonti. Una volta la comunicazione era molto filtrata, oggi questo è andato in corto circuito. Nato come informazione, il social media ci presenta oggi spesso volgarizzazione e banalizzazione dei temi”. È il pensiero di Simonetta Pattuglia, direttore del master in Economia e Gestione della Comunicazione all’Università Tor Vergata di Roma. Pattuglia fa un’analisi accurata del fenomeno social network, evidenziandone le caratteristiche positive per le aziende, come il fatto che demarchino le differenze di bisogni da una generazione all’altra, ed evidenziando un’altra peculiarità in dote ai nuovi strumenti (definiti “massificatori” ma non “mass media”) che invece tanto positiva non è: “Sui social o sei molto anti o sei molto pro, quindi vengono fuori i fan”. È da lì che poi nasce il monitoraggio, così importante per il mercato. Infatti, il problema per Pattuglia è proprio che “non si destinino risorse per l’analisi del monitoraggio”.

Vichi: “I giornalisti non dovrebbero aver paura dei social”

L’imperativo è dunque “cavalcare il social”, come auspica Renato Vichi, capo ufficio stampa del gruppo Ubi Banca, che declina efficacemente il cambiamento radicale cui è stato sottoposto il mondo della comunicazione. “Fino a 10 anni fa la piramide dell’informazione seguiva il prrcorso dalle agenzie ai quotidiani alle Tv, a scendere- dice Vichi- ora questa piramide si è capovolta. I giornalisti non dovrebbero aver paura dei social”, ma capire che “in Italia i giornali hanno due milioni di lettori mentre i social network hanno 34 milioni di utenti, e che col tempo avranno sempre più bisogno di professionisti” che possano verificare le informazioni che circolano, “spesso manco lette e condivise per fretta e poca dimestichezza”. La parola di questi tempi per Vichi è dunque “disintermediazione”, e in questo vuoto il professionista deve andare a inserirsi, anche perché a detta del capo ufficio stampa di Ubi Banca, “il fenomeno degli insulti sui social network al di là della percezione è inferiore agli spazi dedicati a un normale dialogo”.

A detta di tutti i relatori va incentivata una formazione corretta sin da tenera età

“Non sono sorpresa dall’uso dei dati. Mi preoccupa la non parallela esistenza di una forma di comunicazione integrata fin dai bambini”, sottolinea Pattuglia. “Quando sento maestre che dicono fate ricerca su internet senza specificare dove- puntualizza la docente- mi sorprendo. Non c’è cultura matura è ancora sbornia new digital”.

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8 giugno 2018
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