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Hiv: l’epidemia prosegue, ma si indebolisce. Vertice all’Onu

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ROMA – “Senza societa’ civile, non si porra’ mai fine all’Aids”. Questa dichiarazione pronunciata da poco da Tanya Dussey-Cavassini, capo dell’ufficio internazionale per il Ministero della Sanita’ svizzera, riassume bene il percorso da compiere per sconfiggere questa minaccia. La riunione organizzata da Unaids – l’agenzia Onu per la lotta all’Aids – e che si tiene da mercoledì a venerdi’ a New York, serve proprio a fare il punto su questo, insieme a esponenti di stato e di governo, di organizzazioni internazionali, del mondo dell’associazionismo, e naturalmente esperti del settore. “Non lasciare indietro nessuno” e’ il motto impiegato dal Segretario generale Ban Ki-moon per lanciare l’evento.

Per sottolineare l’importanza di rompere i tabu’ e i pregiudizi che spesso accompagnano i malati, ieri Unaids ha nominato lo stilista americano Kenneth Cole ‘goodwill ambassador’, ambasciatore di buona volonta’. Fu tra i primi che negli anni Ottanta parlo’ pubblicamente di quello che era noto come il “il virus dei gay”, per creare consapevolezza sul tema e sollecitare investimenti nella ricerca. Appare quindi contraddittoria l’esclusione di una dozzina di associazioni per i diritti della comunita’ Lgbt o di tossicodipendenti, in seguito alle pressioni di paesi tra cui Russia, Camerun, Tanzania e altri 51 paesi musulmani. Come ricorda il Washington Post, il regolamento interno consente ai 193 membri Onu di porre il veto alla partecipazione di organizzazioni non governative senza presentare una motivazione specifica. Sulla questione e’ intervenuta anche Samantha Power, ambasciatrice Usa presso il Palazzo di vetro, che ha invitato quei Paesi a tornare sui propri passi poiche’, a suo avviso, stavano escludendo fasce della popolazione particolarmente esposte al rischio del contagio.

Il suo appello pero’ e’ stato respinto, e le associazioni hanno deciso di tenere un meeting parallelo presso un’altra struttura. E un impegno generale e’ effettivamente necessario, se si vuole sovvertire un bilancio tutta’altro che roseo: “l’epidemia in Africa continua a propagarsi in modo sproporzionato” fa sapere l’Onu, che ha posto sul tavolo l’obiettivo di debellare la trasmissione del virus entro il 2030. Oggi, secondo studi recenti, il numero dei malati di Hiv resta elevato – 26milioni solo in Africa subsahariana – anche se e’ stato osservato che il virus uccide meno. Col passare del tempo si sta riducendo anche il numero dei nuovi casi. L’Africa e’ il continente piu’ soddisfacente: in soli cinque anni i paesi a sud hanno visto ridursi del 15% i nuovi casi, dell’8% invece quelli dell’ovest e del centro. Il merito di questo miglioramento va al trattamento tempestivo dedicato alle donne incinte sieropositive, che nella maggior parte dei casi vedono ora il proprio bambino salvo dalla temibile malattia. Inoltre anche la fornitura dei farmaci e’ migliorata. Ma non e’ ancora tempo per abbassare la guardia: in Africa centrale e australe solo tre malati su dieci ha accesso alle cure, ma spesso avviene troppo tardi. Bisogna quindi agire sulla rapidita’ di risposta nel contrastare il morbo.

8 giugno 2016
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