Aborto, per i medici il raschiamento crea un ‘fastidio normale’: la storia di Barbara

In occasione della Giornata Internazionale della Donna l’agenzia di stampa Dire ha deciso di dedicare uno speciale ai quarant’anni della legge 194 sull’aborto.

ROMA –  “Ho avuto la mia primogenita ad ottobre del 2016, una bimba meravigliosa che ci ha scelto appena sposati e ci siamo sentiti benedetti, perché Dio non ci ha dato nemmeno il tempo di desiderarla che già ci aveva fatto il dono più bello. A marzo 2017 scopriamo che aspetto di nuovo, mio marito ne era felicissimo, io ne ero devastata. Preoccupata di ogni cosa già con una sola neonata”. Il lungo racconto di Barbara inizia dal principio, dalla sorpresa di trovarsi nuovamente incinta a così poca distanza dalla prima gravidanza.

Le prime avvisaglie di qualcosa che non va

Ho delle perdite, solo gocce ma vado in ospedale. L’ecografia più lunga della mia vita con una tirocinante all’ultimo anno di ginecologia, gentile e brava, ma ha lo sguardo fisso e non parla più”. Barbara capisce subito che qualcosa non va, che il silenzio non è un buon segno. “La tirocinante non riusciva a dirlo, mi ha fatto tenerezza, era in imbarazzo- aggiunge- invece la veterana (una dottoressa che arriva nel corso della visita) -le parole le ha sputate. Sì perché certe parole se le pronunci male sono sputi o pugnalate“.

La freddezza dei medici

“Tanti anni nello stesso lavoro- riflette- fanno diventare routine anche i dolori più grandi, si diventa fatalisti. Fai numero non sei la prima non sarai l’ultima“. E’ vero ma lì, su quel lettino, c’era lei, c’era una donna che stava vivendo un dolore enorme. La sua storia conferma quello che purtroppo molte donne raccontano: la poca sensibilità, l’assenza di empatia, la freddezza degli operatori.

“Arriva anche il ginecologo di turno, frettoloso, freddo, poco delicato. Mi parla di raschiamento o via naturale, ma non perde tempo a spiegarmi molto altro e non deve aver chiesto mai ad una paziente se ha sofferto, perché quando gli chiedo del dolore risponde ‘Ma no! È piccolo. Un fastidio normale‘”. Barbara è frastornata: “Normale? Come viene alterata la percezione di normalità mi ha impressionato” dice. Nel frattempo lei chiede “tempo per pensare, decidere, respirare. Mi suggeriscono di dargli un nome. Giusto, era presto per pensarlo, ma ce l’avevo già scritto nel cuore. Dopotutto come lo chiami poi quando lo preghi davanti a Dio? Come lo chiami sennò quel ricordo? Come lo chiami quando lo vuoi abbracciare? Gabriele. Il mio secondogenito si chiama Gabriele”. Perché “un figlio esiste nella madre nel momento in cui viene concepito e lo dice il suo corpo. Le nausee, la pelle levigata, il sonno, il seno più gonfio e tanto altro. In realtà- sottolinea Barbara- lo dicono anche i medici, che se ti chiedono quante gravidanze hai avuto, gli aborti li contano, quindi è esistito e anche il medico lo sa, ma non si può dire”.

La corsa in ospedale

Barbara torna a casa perché quando scopre che non c’era più battito era un venerdì e prima del lunedì non era possibile fissare nessun appuntamento. Ma durante la notte a casa iniziano i dolori e le perdite aumentano. “I sintomi sono tutti quelli del parto, i dolori lombari, le contrazioni che vanno e vengono. Era evidente che il ginecologo non aveva la minima idea di ciò che fosse fuori dai libri e peggio, non lo avesse mai chiesto ad una paziente. Chiamiamo l’ambulanza. Codice importante sembra ed entro subito, ma sulle mie gambe quindi nessuno si preoccupa”. La visitano, le dicono che non è necessario il raschiamento, ma solo l’assunzione di un medicinale specifico e un controllo a una settimana di distanza. “Ho spiegato alla dottoressa di turno le mie preoccupazioni- spiega- e la risposta è stata signora è normale, poteva anche rimanere a casa“.

Quello che ha vissuto Barbara non riesce a dimenticarlo perché non si è sentita aiutata, perché la freddezza delle parole che ha ricevuto dai medici le hanno “gelato il cuore”. “Parlerei con ogni singola donna e l’abbraccerei stretta stretta, perché quella donna merita mille abbracci che non la facciano sentire sola. E chissà- conclude- l’unione fa la forza non è una frase casuale. Questo mi salva da ciò che ho vissuto. Non ero sola. Non sono sola. C’è mio marito. C’è Dio”.

8 Marzo 2018
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