Aborto, perde il bambino ma nessuno le fa il raschiamento: la storia di Gaia

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Aborto, perde il bambino ma nessuno le fa il raschiamento: la storia di Gaia

In occasione della Giornata Internazionale della Donna l’agenzia di stampa Dire ha deciso di dedicare uno speciale ai quarant’anni della legge 194 sull’aborto.

ROMA –  Il Pronto soccorso del Policlinico Casilino di Roma è affollatissimo. Dagli schermi il personale si scusa e chiede ai pazienti di rivolgersi ad altre strutture. Gaia, insegnante precaria trentatreenne e madre di Stefano, un bambino di un anno e mezzo, arriva con suo marito Emanuele (i nomi sono di fantasia, ndr) alle 9.50 di un venerdì, da un paese 50 km a sud di Roma. È entrata da pochi giorni nella decima settimana, ma dalla sera prima accusa perdite di sangue marrone. La ginecologa che la segue privatamente le consiglia di andare in ospedale. “Avevo detto agli infermieri dell’ospedale che ero incinta e avevo delle perdite- racconta Gaia all’Agenzia di stampa Dire- Mi hanno assegnato un codice verde“. Sulla pagina del ministero della Salute alla voce codice verde si legge “poco critico, assenza di rischi evolutivi, prestazioni differibili”.

La preoccupazione di Gaia ed Emanuele, però, non è differibile e l’attesa brucia. “Sono entrata all’una e mezza e, appena iniziata la visita, la dottoressa mi ha detto risoluta che avevo vescica ed intestino pieni e non riusciva a vedere niente. A quel punto mi ha detto di provare ad andare in bagno, prendendomi il mio tempo, e tornare da lei”. Passano una quarantina di minuti, Gaia torna sul lettino: “Purtroppo le devo comunicare che non si visualizza il battito, anche se il feto è formato- spiega la dottoressa- Non avendo perdite ematiche consistenti non posso ricoverarla perché non si prefigura una situazione d’emergenza“.

Il protocollo del Policlinico Casilino in caso di aborto spontaneo interno

Nessuna emorragia, nessun ricovero, nessun raschiamento. È questo il protocollo del Policlinico Casilino in caso di aborto spontaneo interno: “A quel punto- continua Gaia- la dottoressa, che non si è sentita in dovere di incoraggiarmi e darmi un supporto dal punto di vista psicologico, mi ha consegnato un foglio dove c’era scritto il numero verde da chiamare per prenotare il raschiamento e tutti gli esami da effettuare prima di entrare in ospedale: elettrocardiogramma, analisi del sangue ed ecografia”.

La preospedalizzazione nei grandi ospedali della Capitale non è più garantita

“Poi mi ha detto che i tempi di attesa erano di dieci-venti giorni. Sono rimasta gelata, speravo di risolvere il prima possibile questa situazione, e invece…”. E invece la lista d’attesa è lunga. Forse troppo lunga per tenere un embrione morto nel proprio corpo. “Esco fuori per dare la notizia a mio marito che rimane di stucco. Nessuno dei due se l’aspettava- continua Gaia- Chiamo la mia ginecologa per comunicarglielo e lei mi dice che si sarebbe interessata tramite la clinica Santa Famiglia per organizzare il raschiamento in tempi più brevi. Sarei dovuta andare l’indomani mattina presto”.

Sabato mattina Gaia ed Emanuele lasciano il piccolo Stefano dalla nonna e raggiungono la clinica Santa Famiglia alle 7.30. Alle 11 sono di nuovo a casa, con un secondo referto in mano: “Perdite ematiche scarsissime e di colorito scuro, si programma preospedalizzazione per Rcu (raschiamento, ndr)”. Unica consolazione, la promessa di essere ricoverata lunedì ed operata martedì. “Eravamo tristi e frustrati- racconta Gaia- Poi ci siamo detti che forse eravamo noi impazienti di risolvere il problema il prima possibile. Ma eravamo impazienti anche perché la dottoressa della clinica mi aveva detto che secondo lei la crescita dell’embrione si era bloccata a 15 giorni prima. Quindi avevo un embrione morto dentro da 15 giorni“.

Un altro codice verde…

Dopo pranzo, però, iniziano le macchie rosse più abbondanti. Gaia ed Emanuele salgono per la terza volta in macchina, direzione Roma. Alle 15 arrivano al Policlinico Casilino dove, nonostante la diagnosi di aborto spontaneo e le perdite di sangue, a Gaia viene assegnato ancora una volta il codice verde. “Quell’ospedale mi ha dato l’impressione di essere al collasso. Non hanno personale e posti letto. Però ho visto che alcune donne in stato di gravidanza mi sono passate avanti, nonostante avessero codice verde come me”. Alle 19 Gaia è sul lettino: “Mi visita una dottoressa giovane, anche lei molto risoluta. Mi chiede di farle vedere l’assorbente. Ovviamente, dopo tre ore seduta in sala d’attesa, non avevo più nessuna macchia, ma ho fatto notare al medico che dopo pranzo avevo avuto delle perdite rosse. Lei mi ha risposto che non potevano ricoverarmi in quello stato e che per farlo doveva essere in atto un’emorragia”.

L’unica forma di assistenza è un elettrocardiogramma, utile per la preospedalizzazione. “Mi ha anche rimproverato perché non avevo preso l’appuntamento per il raschiamento e mi ha chiesto dove volevo farlo. Le ho risposto che avrei voluto farlo lì perché mi ero trovata bene con la precedente gravidanza, ma che si prospettavano tempi di attesa di 10-20 giorni ed io non avevo intenzione di aspettare tanto. Era una follia per me attendere così tanto, sia fisicamente sia psicologicamente. A quel punto mi risponde: ‘Se vuole fare subito provi al Pertini perché lì so che fino a qualche anno fa prendevano anche senza l’emorragia’. Potevo girare per tutti gli ospedali di Roma?”.  Altra lettera di dimissioni.“Scarse perdite ematiche scure, aborto interno, codice verde, non urgenza”. E una nota sulle condizioni generali: “Vigile, orientata, collaborante, eupnoica”.

L’emorragia

La notte di Gaia, tornata a casa, passa senza dolori, tanto che la mattina dopo decide di muoversi un po’. Fino all’ora di pranzo, quando ricominciano le perdite, questa volta molto abbondanti: “Avrò cambiato 20-30 assorbenti in un paio d’ore, tanto che mi sono fatta dare i pannolini per l’incontinenza da mia nonna. Ma ero in confusione al punto di non sapere se andare o non andare al Pronto soccorso. Sapevo che andare al Casilino sarebbe stato inutile- aggiunge- C’era stata mia cognata qualche giorno prima per lo stesso problema, con un ciclo da una settimana e un’emorragia in corso aveva avuto comunque un codice verde”.

Dopo cena la coppia torna alla Santa Famiglia, decisa ancora una volta a chiedere una cosa in apparenza banale: assistenza. “Mi hanno visitato due giovani medici, secondo loro a quel punto fare un raschiamento sarebbe stato inutile. ‘Signora, lei ha fatto tutto da sola’ mi ha detto uno dei due ‘Se mi dà fiducia proverò a ripulirla di ciò che è rimasto, ma non sentirà dolore'”. È il dolore la più grande paura di Gaia, ma anche andare in bagno e vedere “qualcosa che non avrei mai voluto vedere”. “Dopo avermi aiutato ad espellere ciò che era rimasto, mi hanno rassicurata, mi hanno fatto le analisi, due flebo e sono rimasta una notte in osservazione- continua Gaia- L’indomani dopo due ecografie mi hanno dimesso, stavo bene”. “Accoglienza, assistenza, comprensione, parole di conforto“. Di questo aveva bisogno Gaia, che si è sentita “abbandonata”: “Con mio marito non abbiamo avuto nemmeno il tempo di capire ed elaborare il fatto che avevamo perso il nostro bambino, perché dovevamo trovare una soluzione pratica per porre fine a questo incubo. Non avremmo dovuto essere noi a valutare se c’era o meno urgenza, quand’è che inizia un’urgenza?- ragiona Gaia a voce alta- Invece di garantirci tranquillità siamo rimbalzati da un ospedale all’altro senza ottenere nulla, come se non stessi male abbastanza”.

Un trauma di abbandono nel trauma della perdita, che Gaia dice “non dimenticherò mai”: “Il mio primo pensiero è che tutta questa situazione sia un deterrente per avere figli. Il trauma che ho vissuto mi è bastato per dire: ‘Ok, ho mio figlio, mi è andata bene con lui. Punto’. Pur di non rivivere una condizione del genere. E lo penso ancora. Magari con il tempo cambierò idea, però se succederà di nuovo, come potrò vivere un’altra gravidanza? Con la paura che se dovesse ricapitare dovrò rivivere tutto questo? È un deterrente ad impegnarmi ad avere un nuovo figlio”.

8 marzo 2018
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