L’Africa rilancia #Metoo contro le mutilazioni genitali

ROMA – Mali, Costa d’Avorio e Senegal sono alcuni dei Paesi in cui i cittadini non avrebbero aderito alla campagna #Metoo contro gli abusi sulle donne, divenuta negli ultimi mesi virale tra milioni di persone in tutto il mondo.

Tuttavia, proprio ieri la stampa africana ha dato notizia di un fenomeno interessante: l’hashtag #metoo e’ stato assunto dalle attiviste per denunciare le Mutilazioni genitali femminili (Mfg), ricorrendo martedi’ la giornata internazionale per la lotta a tale pratica. A lanciare l’iniziativa, le sopravvissute all’infibulazione.

Tra esse figura Leyla Hussein, che oggi lavora a Londra per l’associazione Dahlia Project: “E’ una vergogna che questa campagna non includa la lotta alle mutilazioni”, ha detto, stando al portale on-line ‘All Africa’.

“Il taglio e’ una forma di violenza sessuale, un modo per controllare il corpo, la sessualita’… e’ chiaro che debba essere parte di #Metoo”, il commento di Hibo Wardere, nota attivista somala che ha subito l’infibulazione quando era bambina. Nel 2016 ha anche pubblicato un libro per raccontare la sua storia. L’ Africa e’ il continente in cui tale pratica risulta piu’ diffusa, con Paesi come Egitto, Somalia ed Etiopia in testa.

Dopo lo scandalo Weinstein, il noto produttore di Hollywood accusato di molestie da decine di attrici, e’ nato un movimento internazionale volto a rompere il muro del silenzio su questo genere di vicende. In alcuni paesi dell’Africa questo messaggio non sembra pero’ aver fatto breccia e Nana Darkoa Sekyiamah, attivista per i diritti delle donne originiaria del Ghana, alla ‘Bbc’ spiega il motivo: “In tutto il continente africano abbiamo un grosso problema con le molestie e gli abusi sessuali”, tuttavia “le donne non denunciano pubblicamente di esserne state vittime, o tengono nascosto il nome del loro stupratore. Farlo avrebbe un costo troppo alto”.

“Qual e’ il vantaggio di denunciare, se poi non viene fatta giustizia?”, si domanda l’attivista. Vari esperti e attivsti come Sekyiamah hanno indicato anche un secondo problema: comportamenti che ricadono sotto la definizione di “molestie” in Occidente, in alcune zone dell’Africa sono maggiormente tollerati e non rappresentano un problema sociale.

8 Febbraio 2018
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