Il ‘sistema di ingiustizia’ in Egitto, un attivista racconta

ROMA – Il quotidiano online Al-Jazeera ieri ha lanciato una forte critica al sistema della Giustizia egiziano, attraverso la testimonianza di Mohamed Soltan, attivista per i diritti umani condannato all’ergastolo nell’ambito di un caso giudiziario che dal 2013 sta sollevando molte polemiche nel Paese.

Oggi per 51 persone – ricorda Soltan – composte da 37 tra legali e attivisti e 14 giornalisti, colpevoli solo di “stare facendo il loro lavoro”, affronteranno la revisione di un processo che li ha gia’ condannati in parte all’ergastolo e in parte alla pena capitale. Questo caso giudiziario e’ conosciuto col nome di ‘Rabaa operations room’, e ritorna ai fatti del 2013, quando una manifestazione antigovernativa nel quartiere omonimo di Rabaa Al-Adawya fu violentemente dispersa dalle forze dell’ordine. Il caso, per Soltan, e’ un “evidente attacco alla liberta’ di espressione”.

Tuttavia per evitare la pioggia di critiche che si sono abbattute sul Cairo dopo l’arresto e la condanna dei tre giornalisti di Al-Jazeera (accusati di diffondere false informazioni per favorire i Fratelli musulmani), stavolta – osserva Soltan – le autorita’ hanno usato la “motivazione del terrorismo”: tutti gli imputati sono infatti stati accusati di essere a capo di una cellula operativa che sosteneva l’opposizione favorevole al deposto presidente Mohamed Morsi.

“Il governo ha pensato che un altro implausibile processo contro dei giornalisti simile alla faccenda dei tre di Al-Jazeera avrebbe causato un insopportabile imbarazzo internazionale. Per questa ragione- prosegue- e’ stato avviato un procedimento penale per terrorismo, etichettato con un nome per giunta che doveva suscitare paura. Il ‘marchio’ di terrorismo- sottolinea- avrebbe dovuto salvare il governo dalle critiche dell’opinione pubblica internazionale“. Per giustificare la gravita’ dei capi d’accusa, il giornalista ricorda che le autorita’ hanno poi aggiunto alla lista degli imputati i nomi di alcuni dei membri del governo precedente, proprio qualche giorno dopo che era stata resa pubblica la data del processo. In Egitto infatti il nuovo governo di Al-Sisi ha dichiarato come ‘terrorista’ il movimento dei Fratelli musulmani, per indebolire, da un lato, il partito dell’ex presidente Morsi e, dall’altro, rafforzare l’esigenza della sua deposizione. Con la fine dell”era Morsi’ e’ iniziata infatti una forte persecuzione contro i membri di una delle forze politiche piu’ forti e saldamente radicate tra la popolazione. Soltan, arrestato e imprigionato, ha pero’ scelto di raccontare al mondo cio’ che stava capitando a lui e ai suoi compagni: “Mentre ero in carcere, ho deciso di iniziare uno sciopero della fame a tempo indeterminato per protestare contro le condizioni indicibili e le torture sistematiche che i miei amici ed io subivamo in attesa del processo”. Tramite il suo gesto la vicenda ha ottenuto risonanza internazionale, “facendo echeggiare in tutto il mondo le bugie raccontate dal governo”, ha dichiarato.

Nella prima fase del processo, 14 persone sono state condannate alla pena di morte, tra cui Malek, il padre do Mohamed. A tutti gli altri e’ stato comminato l’ergastolo. Il giudice che ha seguito la vicenda e’ Mohamed Nagy Shehata, che – ricorda Soltan – in Egitto e’ meglio noto come ‘il macellaio’. Il processo che ricomincera’ oggi, per Soltan sara’ probabilmente lungo come il primo, e altrettanto “politicizzato”, il cui esito “sara’ altrettanta ingiustizia”. E conclude ricordando che i governi, le ong e la stampa internazionale “hanno la responsabilita’ di chiedere al governo del Cairo “l’immediata liberazione dei giornalisti e dei detenuti politici” per il Rebaa operations room, in quanto tale caso non e’ altro che “un attacco ai valori universali della liberta’ di espressione”, ha concluso.

8 Feb 2016
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