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DIRE - LE OPINIONI

Scontro Arabia Saudita-Iran, tra i due litiganti il terzo (Usa) sta a guardare

di Barbara Varchetta (Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali)

All’origine della plateale esecuzione dello sceicco sciita Nimr al Nimr, la cui conseguenza immediata è stata l’inasprimento dello scontro tra Arabia Saudita e Iran, c’è ben altro che la tutela dei diritti religiosi sunniti o il tentativo di sedare l’istigazione alla rivoluzione della minoranza sciita in Arabia Saudita.

Il conflitto tra i due Paesi del Golfo è millenario e affonda le sue radici nella lotta tra pari (iraniani, sauditi e turchi) per il predominio nell’intero Medio Oriente: entrambi i Paesi si combattono, infatti, da sempre, anche indirettamente, attraverso la partecipazione ad altri conflitti in quell’area a sostegno delle diverse e contrapposte fazioni: in Libano piuttosto che nello Yemen o in Siria, l’Arabia Saudita ha spesso fatto riferimento all’alleanza con gli Stati Uniti, nata dalle esigenze strategiche anti persiane di questi ultimi, per assumere posizione contro Teheran.

Certo che il recente avvicinamento tra gli USA e l’Iran, nato formalmente per scongiurare la minaccia nucleare opposta da quest’ultimo, ha creato non poche fibrillazioni in un contesto già ontologicamente precario come quello mediorientale .

E per rivendicare la presunta posizione dominante, i sauditi, già da tempo, hanno incrementato a dismisura l’estrazione di greggio al fine di farne crollare il prezzo e di ostacolare l’ingresso dell’Iran nel nuovo mercato ad esso accessibile dopo la fine delle sanzioni internazionali, con l’obiettivo (non secondario) di costringere gli americani a non individuare altri interlocutori commerciali nonché la Russia ad abbandonare la politica di difesa della Siria, storica alleata degli iraniani.

Così non è stato.

Gli USA hanno continuato nel disegno di una politica distensiva con l’Iran e la Russia, non senza difficoltà, ha proseguito la difesa del regime di Assad. L’unico effetto pregiudizievole per i persiani, conseguente alla scelta di una iperproduzione di petrolio dei sauditi, è tuttavia di natura economica per i primi: almeno nel breve periodo essi non potranno avvantaggiarsi della fine delle sanzioni, essendo ancora troppo basso il prezzo del greggio.

La scelta di Riyad è invece apparsa autolesionista per un Paese la cui economia si fonda sulla commercializzazione del greggio, avendo generato già nel 2015 una perdita di oltre 100 miliardi di dollari. Da qui la strategia di provocare l’Iran con l’uccisione del leader sciita Nimr al Nimr nel tentativo, peraltro malcelato, di suscitare la reazione americana a difesa dello storico alleato sunnita, facendo così naufragare il progetto di accordo tra Paesi rivali in quell’area, auspicato prevalentemente per ragioni finanziarie dagli USA. Non sorprende, dunque, che Obama non abbia inteso prendere una posizione sulla vicenda, mantenendo una neutralità che, a dire degli esperti, sembra essere l’unica via d’uscita da questa intricata questione. Numerosi, invece, i Paesi del Golfo come il Bahrein e gli Emirati che hanno interrotto le loro relazioni diplomatiche con Teheran pur preservando quelle commerciali!

Una sorta di ipocrisia istituzionale, che da sola, spiega quanto l’ideologia religiosa, il fanatismo settario e le scelte di principio svaniscano al grido di “alddullar ‘akbar”, improprietà semantica che ha la presunzione di voler tradurre, con una punta di ironia, l’espressione il dollaro è grande”.

08 gennaio 2016

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