Mamme divise a metà: quando figli e lavoro non vanno d’accordo

Un ruolo quello di madre lavoratrice sempre alle prese con sensi di colpa, una vita di corsa e la paura di non essere altezza

ROMA – Mamme divise a metà. Tra lavoro e famiglia, tra la voglia di portare avanti la propria attività e le esigenze dei figli. Un ruolo quello di madre lavoratrice sempre alle prese con sensi di colpa, una vita di corsa e la paura di non essere altezza. Questo gridano le voci delle madri di oggi, donne autonome e indipendenti, ma con la strada in salita. Come Michela, 35 anni e un bambino di 18 mesi: ‘Faccio la commessa, lavoro che ho dovuto scegliere per assicurare una stabilità economica a mio figlio. Sono una biologa esperta di nutrizione, ma i sogni di gloria li ho riposti in un cassetto‘. Michela è una delle tante donne che ha dovuto rinunciare alla carriera che sognava e sono tante, troppe, le madri che vedono nella maternità il limite più grosso nell’ambito lavorativo. 

C’è Alice, 36 anni, un figlio di 23 mesi e uno in arrivo a gennaio, fa la psicoterapeuta ed essendosi da poco trasferita in una nuova città sta aspettando di ricominciare a lavorare ‘perché- racconta alla Dire- il mio lavoro comporta una presa in carico delle persone il più possibile continuativa. Pertanto ho deciso di iniziare più in là, credo in primavera, ho già preso contatti. Con l’altro figlio ho ripreso gradualmente a lavorare dopo circa un mese dalla sua nascita, ed è stata davvero troppo dura per me. Questa scelta, però, ha un prezzo- prosegue Alice- mio marito deve lavorare di più, quindi stare più ore lontano da noi, e dobbiamo vivere per un periodo di tempo in ristrettezze economiche‘. Da dopo la laurea Alice ha lavorato sia in privato, in studio, che con contratti a progetto: ‘il 2016 è stato l’anno in cui ho lavorato di più, più pazienti, più progetti, ero disponibile a stendere relazioni per casi particolari, a sentire telefonicamente i miei collaboratori per gestire situazioni critiche, a fare le ore piccole per organizzare un seminario, ad improvvisare colloqui e riunioni andando incontro ad esigenze di pazienti ma anche di assistenti sociali e dirigenti scolastici’.       

Un impegno intenso che ha però dovuto interrompere con il progredire della gravidanza: ‘un dolore forte all’altezza del fegato non mi consentiva di stare seduta nemmeno per un’ora così ho dovuto lasciare tutta l’attività cresciuta faticosamente negli anni due mesi prima del parto, rendendomi disponibile telefonicamente’ Un mese dopo la nascita del primo figlio per Alice una grande occasione: ‘sarebbe partito un progetto grande per il quale avrei partecipato al bando regionale e sapevo che avrei potuto vincere, avendolo già vinto l’anno precedente. Il dirigente delle scuole interessate premeva affinché io partecipassi aveva funzionato l’anno prima grazie alla mia super disponibilità. Ma io non volevo candidarmi perché sentivo di aver bisogno di dedicarmi al mio bimbo e alla mia nuova me, non avrei potuto dare tutta me stessa al lavoro come sempre, ero davvero in ansia. La dirigente mi ha garantito che mi avrebbe fatto iniziare gradualmente e così, dovendo fare in modo di non perdere contatti acquisiti e attività lavorativa ed avendo ovviamente il bisogno economico pressante, accettai. ‘È stato molto pesante psicologicamente- racconta- anche fisicamente e la dirigente è rimasta delusa dall’andamento e dalla mia ‘scarsa disponibilità’. Ovviamente non ero disponibile per straordinari ed appuntamenti dell’ultimo minuto non potevo stare al telefono per ore quando ero a casa. Quindi sono stata giudicata negativamente nonostante non mi fossi comunque risparmiata’.  

Ora che non lavora può dedicarsi al primo figlio e al nuovo in arrivo, ma il prezzo da pagare non è solo economico: ‘Mio marito sta pagando il prezzo di dover lavorare di più e dover vedere noi molto meno. E di questo mi spiace, ne stiamo risentendo tutti. In cuor mio- conclude la psicoterapeuta- non vorrei un terzo figlio proprio per non sacrificare troppo il mio lavoro che amo e che voglio comunque un giorno incentivare’.

Poi c’è Emma, 36 anni e un figlio di 3, dopo aver perso il lavoro subito dopo essersi sposata ha ricominciato a lavorare in un’agenzia immobiliare, ‘ma gli orari sono inconciliabili con un bambino piccolo e lui ha subito tantissimo questa cosa sommata al cambio casa e all’inizio del nido’. Per questo aveva provato a chiedere un part-time alla titolare ma nulla di fatto per cui Emma è stata costretta a dare le dimissioni: ‘non reggevo più quei ritmi assurdi che mi venivano chiesti. In generale- sottolinea- ti dico che tendenzialmente maternità e lavoro in Italia non possono andare di pari passo perché non c’è comprensione e rispetto della donna sul mondo del lavoro, sono quasi inconciliabili e la parte peggiore è che spesso sono le donne stesse a creare questo problema’. 

Una scelta, quella tra carriera e figli, difficile per tutti ma secondo Antonia, 36 anni e due figli di 10 anni e 19 mesi, le mamme non devono ‘assolutamente rinunciare a lavorare, è un nostro diritto ma soprattutto un dovere anche nei confronti dei nostri cuccioli. È difficilissimo conciliare lavoro e famiglia, perché alla fine non smetti mai di lavorare neanche a casa. Ma stringi i denti e vai. È tutta una corsa, bambini, scuola, lavoro, impegni sportivi, spesa, pulizie. Siamo una società frenetica e dobbiamo adeguarci’. 

Una vita sempre di corsa, cercando di incastrare gli impegni di tutta la famiglia senza mai dimenticare niente. Ma senza aiuti non ci si riesce. I nonni in primis, sono lo salvezza di tante famiglie, ma molte devono ricorrere anche alle baby sitter che si aggiungono però alle numerose spese da sostenere. 

Lucrezia, mamma di un bambino di 10 mesi, è un medico pneumologo che si descrive come una donna ‘costantemente in lotta con l’impegno di fare al meglio entrambe le cose. Anche se mi è sempre piaciuto pensare che la maternità non dovesse essere un limite lavorativo, nella mia personale esperienza ho scoperto che non solo lo è in pratica, ma addirittura in teoria: a una donna giovane, in età fertile, ho visto spesso nel mio lavoro preferire uomini che non avessero il rischio maternità’.  

Lucrezia ha avuto una gravidanza difficile, ma per fortuna un contratto che le ha consentito di stare in malattia e in maternità senza incidere sullo stipendio ‘ma tra un anno il contratto ospedaliero è in scadenza e le possibilità di rinnovo, a queste condizioni, sono infattibili’. Per questo si sposterà in una struttura privata: ‘non è la mia massima aspirazione, avendo io sempre amato il lavoro in prima linea, ma è una delle poche possibilità che mi consentira’ orari compatibili con la gestione di mio figlio ed una sicurezza in caso di seconda gravidanza che nelle nostre intenzioni è un desiderio molto forte’. Si è trovata dunque a fare una scelta, ‘tra un lavoro dinamico e di impatto, ma poco compatibile con l’essere mamma ed un lavoro meno stimolante ma sicuro‘. 

Scelte che ricadono nella maggior parte dei casi sulle madri: ‘Mio marito, padre splendido e compagno molto presente, ad esempio- aggiunge Lucrezia- non ha mai vissuto con senso di colpa il fatto di essere fuori casa per lavoro dieci ore al giorno, né si è mai creato problemi se quando rientra la sera nostro figlio già dorme. Io invece vivo divisa tra le necessità di mio figlio, quelle dei miei pazienti e la cura della casa. Non riesco mai ad avere un attimo per me, rispondere ad un messaggio di un’amica, finire di leggere un libro, guardarmi un film per intero’. 

La coperta è sempre troppo corta secondo Lucrezia e gestire i sensi di colpa non è semplice: ‘se porto mio figlio al parco magari non ho partecipato ad una riunione al lavoro, se faccio un corso di aggiornamento mi sento una madre egoista. Sono perennemente insoddisfatta dei miei risultati, nonostante il mio sforzo sia sempre massimo, le ore di sonno al minimo, la forma fisica in disfacimento ed il tempo insistente’. 

Le soluzioni? Secondo la pneumologa ‘servirebbero asili aziendali, tutele contrattuali per la maternità anche delle libere professioniste, mentalità meno sessiste che considerino l’assenza di un padre dal lavoro per assistere al figlio con la febbre un diritto e non una concessione di un capo buono’. 

Anche per Ludovica, infermiera di 28 anni e due figli, la maternità è un grosso limite sul lavoro ‘perché si parla tanto di tutela della maternità, quando questa non esiste. Parlo di congedi limitati, parlo dei liberi professionisti e di un Oms che raccomanda l’allattamento fino a sei mesi, in maniera esclusiva, ed in linea di massima si dovrebbe tornare a lavoro a tre mesi dal parto’. Per lei che lavora su turni ‘il momento critico era e sarà la notte, quando lasci la famiglia per il lavoro. L’ho sempre considerato il momento della giornata più intimo e delicato. Così come lo sono le classiche feste comandate, nelle quali mi trovo a lavorare. Per fortuna ho un marito che in questo è insostituibile. Mi ha sempre dato più che una mano’. 

Tutte le mamme sono accomunate dalla ‘perenne sensazione di rincorrere il tempo’, come Silvia che in linea ‘teorica ha un lavoro flessibile ma che nella pratica non lo è’ per cui nella gestione della figlia di un anno deve farsi aiutare dalla mamma e dalla baby sitter. 

Naomi invece ha preferito lasciare il suo lavoro da imprenditrice per avere più tempo per la sua famiglia. ‘Non nego che passare da titolare di impresa a donna in cerca di part time disperatamente, che si è accontentata di un lavoro sottopagato, non mi rende felice, ma d’altro canto amo passare più tempo con mia figlia. La mia vita sicuramente è cambiata radicalmente’. 

Anche Nicoletta ha deciso di rimodellare la sua carriera  ‘altrimenti mia figlia avrebbe dovuto crescerla mia madre visto che anche mio marito è giornalista e lavora tutti i giorni tranne uno, dalle 15 a mezzanotte circa’. Oggi fa la giornalista freelance ‘proprio per passare più tempo con mia figlia. Avendo avuto una mamma che lavorava dalla mattina alla sera tardi tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, non volevo che soffrisse questa mancanza anche mia figlia’.  

Federica, 39 anni mamma di 2 figli, è in costante lotta tra la voglia di lavorare e la necessità di smettere di essere sempre di fretta. Lavora in una multinazionale come impiegata nelle risorse umane, ma più di una volta ha pensato ‘di lasciare per l’inconciliabilità tra avere dei figli ed avere un lavoro a cui ti devi dedicare per mantenerlo. A volte in queste aziende- continua- non ci sono orari, ma tu li hai. È così corri la mattina per portarli a scuola e per timbrare il prima possibile, e poi quando sei in riunione (fissata sempre prima di uscire) scalpiti aspettando che finisca il prima possibile. A volte ci sono le trasferte e tu non puoi partire, però sarebbe importante che tu andassi.  Secondo me non esiste conciliazione, è una sopravvivenza. È talmente difficile che a volte la cosa più facile sarebbe lasciare ma hai investito talmente tanta fatica e l’indipendenza economica è importante’.

Carola invece, 40 anni e due figli, coordinatrice del servizio in un asilo nido, per due anni si è ‘letteralmente divisa tra un lavoro impegnativo e la gestione di casa famiglia e figli senza nessun aiuto parentale, ho fatto i salti mortali per essere una brava mamma e una donna lavoratrice con la voglia di crescere a livello personale e professionale ma purtroppo o per fortuna, ad un certo punto mi sono chiesta se ne valesse davvero la pena di sacrificare i miei figli per la carriera e ho scelto la mia famiglia. Oggi mi dedico ai miei figli e mi sono messa in gioco come hobbista creativa e oltre ad essere felice di ciò che faccio- conclude- ho la serenità giusta per dedicarmi ai miei bambini senza fretta, senza stress e senza doverli lasciare sempre a pre-scuola, post-scuola o babysitter e sono fiera della scelta che ho preso’.

Ma secondo Irene, 37 anni madre di due figli, nessuno dovrebbe rinunciare al proprio lavoro, ancora oggi ‘le donne mamme non sono tutelate abbastanza anche per la visione che ancora è vivissima della mamma che sta a casa a fare le faccende domestiche ed a cucinare. Una donna che vuole realizzarsi anche fuori dalle mura domestiche deve rinunciare sicuramente a qualcosa. E la trovo una cosa tristissima. Invece valorizzare le donne che sono mamme e che vogliono lavorare, realizzarsi,arrivare, dovrebbe essere la norma in un paese civile ed emancipato. Sembra assurdo che stiamo ancora qui a parlare di queste cose’.

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7 Dicembre 2018
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