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La storia di Miguel, da ragazzo dello slum in Bolivia a incubatore di start-up

ROMA – “Mi chiamo Miguel e vengo dalla Bolivia. La mia vita è stata molto complicata. Quando ero piccolo eravamo molto poveri. A casa eravamo in sette. Il pavimento non c’era, era sporco, non avevamo l’acqua corrente, io ero l’acqua corrente nel senso che ero incaricato di andarla a prendere tutti i giorni facendo ogni volta almeno due chilometri a piedi”. Inizia così il racconto all’agenzia DIRE di Miguel Figueroa, un giovane cresciuto in una baraccopoli della Bolivia che oggi gestisce progetti di innovazione del valore di 100 milioni di fatturato, collaborando con privati, governi e ong in vari Paesi del mondo in veste di esperto di innovazione e imprenditoria sociale.


Il mio sogno è sempre stato quello di dare lavoro alla gente” dice Miguel. “Mi piaceva anche giocare a calcio però: dagli otto ai 17 anni ho fatto solo quello”. Finito il liceo inizia l’università, dove si specializza in business d’impresa e cooperazione allo sviluppo. L’incontro chiave è con Compassion International, un’associazione che finanzia gli studi ai ragazzi meno abbienti nei Paesi del Sud del mondo. Miguel, assieme ad altri amici, a 24 anni fonda una sua organizzazione, Novus, “nuovo” in latino.


“Il nostro obiettivo è aiutare gli imprenditori attraverso programmi in collaborazione con le università, le scuole, gli enti locali e di governo. Promuoviamo anche un sistema nel quale le persone abbiano la possibilità di lavorare insieme per creare una nuova generazione di imprenditori. Lo spin-off di Novus Foundation è Hub7, un ‘incubatore di business’ che aiuta a concretizzare i progetti in tre ambiti specifici: le start-up digitali, l’agrifood e infine l’energia. Perché tutto deve essere connesso alle innovazioni, soprattutto in quei Paesi come Bolivia, Repubblica Dominicana o Uganda, dove gli indici di innovazione e sviluppo sono molto bassi”.

Quante persone avete raggiunto? “Ogni anno”, risponde Miguel formiamo almeno 3mila imprenditori in programmi diversi”. Ci puoi raccontare un’altra esperienza di successo, che avete aiutato a sviluppare? “Noi lavoriamo con le stampanti 3d. Aiutiamo gli imprenditori a costruire la propria. Un storia che mi piace molto è quella di Leo, un ragazzo a cui mancava una mano e voleva stamparla. Grazie a una società che conoscevamo siamo riusciti a realizzarla, è stato impressionante. Ora questo ragazzo sta cercando di mettere in piedi un progetto con cui poter aiutare altri ragazzi come lui a stampare le protesi. Ovviamente non sono perfette, ma sono funzionali”.


Miguel spiega che dal suo lavoro ha imparato “che l’imprenditoria è creazione di valore che può essere usato in due modi: soddisfare un bisogno oppure risolvere un problema. Qualsiasi altra cosa non è imprenditoria. E la buona notizia è che i problemi sono tanti, e ovunque. Il nostro lavoro consiste nell’aiutare i leader e gli imprenditori a risolvere questi problemi e a soddisfare i bisogni, e questo genera un impatto, creando lavoro, opportunità, sviluppo economico”.

Cosa dici di solito ai giovani per motivarli? “Che l’importante è essere artefice del cambiamento” spiega Miguel. “Fai le cose tu, e basta. La maggior parte dei politici o delle persone che sono corrotte non resteranno al potere per sempre. Una cosa che influenza la gente, e aiuta i giovani, è lavorare, fare, muoversi. Se non fai niente per cambiare le cose, e aspetti e speri che i politici lo facciano miracolosamente al posto tuo, questo non accadrà mai”. E per l’imprenditore la ricetta è semplice: “Basta seguire poche basilari regole, come alzarsi presto la mattina, salutare e sorridere agli altri e lavorare duro per raggiungere gli obiettivi. Così facendo, puoi farcela”. “Noi – ricorda – abbiamo cominciato con meno di 1000 dollari, adesso ne abbiamo raccolti 3 milioni per realizzare i nostri progetti. So che non è facile, è molto dura, ma le sfide che ti trovi di fronte ti aiutano ad andare avanti, ti motivano. A noi sono voluti dieci anni per passare dal punto A al punto B, e stiamo ancora imparando”.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

07 dicembre 2017

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