Salambò, dalle sartorie africane tessuti da re

ROMA – In tante zone dell’Africa esistono esperienze pregiate di artigianato che sfuggono ai mercati internazionali e che invece – se valorizzate – sarebbero in grado di portare crescita e resilienza, magari anche in quelle regioni in cui povertà e mancanza di prospettive costringono tanti giovani ogni anno a partire. A sfruttare questi “tesori nascosti” di sapienza e abilità manuale ci pensa l’Associazione Salambò, una no-profit che si propone come “laboratorio e fucina di riferimento per proposte e progetti”. Lo spiega all’agenzia ‘Dire’ Chiara Ciaravola, presidente dell’organizzazione che ha sede a Roma: “Abbiamo messo in rete laboratori italiani e africani e lanciato un progetto, l’Afro Italian Fashion Lab, per la produzione di abiti e accessori”.

L’impegno, più in generale, è sostenere il dialogo e la cooperazione tra i Paesi dell’Africa subsahariana e l’Europa, in un momento storico in cui le bellezze del continente africano non riescono ad emergere con la forza che meriterebbero. “Fanno parte del nostro network sia imprese sociali che cooperative” dice Ciaravola. “Ogni azienda italiana – diretta da afrodiscendenti, che dispongono di una maggiore conoscenza dei prodotti e dei filati – viene ‘abbinata’ a un’altra in un Paese africano, in grado di produrre tessuti pregiati sia in termini di materiali che di lavorazione. Per lo più si tratta di piccole esperienze a conduzione familiare, e in zone remote”. Queste piccole officine vengono messe in contatto con aziende in Italia – coinvolte al momento Torino, Lecco, Trento, Napoli, Reggio Calabria e Palermo – per abiti o accessori ‘african-inspired’.

 “Il nostro obiettivo – sottolinea Ciaravola – è valorizzare un oggetto della loro identità, facendogli capire che quel prodotto, oltre a essere portatore di tradizione e cultura, acquista valore anche su mercati piu larghi”. E aumentando i profitti per le economie locali e quindi lo sviluppo dei territori, da cui i giovani non devono più andar via per costruirisi un futuro. 

Il progetto al momento coinvolge sartorie in vari Paesi tra cui Repubblica Democratica del Congo, Mali, Burkina Faso e Ghana. Da quest’ultimo in particolare giunge il kente, il “tessuto dei re”. “Era indossato dagli imperatori dello Ashanti e oggi è prerogativa delle alte cariche istituzionali o viene acquistato per occasioni importanti” spiega Ciaravola, a capo di una no profit che prende in prestito il suo nome a sua volta da una figura del passato, la sacerdotessa cartaginese Salambò, nata dall’immaginazione di Gustave Flaubert, e a cui l’autore francese aveva dato bellezza e facoltà di relazione per favorire la pace nel regno. “In Italia ora il kente viene impiegato dalla Korai X Kente, una cooperativa sociale di Palermo, che realizza prodotti che si ispirano all’italianità, come ad esempio le celebri coppole – ma produce anche borse o gioielli – ricorrendo ad applicazioni in kente”. Un valido esempio di “contaminazione creativa Italia-Africa” e di “partnership win-win”, prosegue Ciaravola. In Ghana “possedere un abito in kente significa vivere con ancor più gioia un momento importante della propria vita. Noi volevamo che questo potesse diventare un qualcosa da condividere insieme, anche in Italia”. Ma non è tutto: Korai X Kente prende le mosse da un progetto sociale, per impiegare migranti di origine ghanese che padroneggiano tecniche di sartoria e conoscono il kente. “E’ stata così data loro l’opportunità di mettere a frutto competenze che portano dal loro Paese, e su cui dunque non è stato necessario investire in formazione” sottolinea Ciaravola. “E’ un modello imprenditoriale che dimostra quanto la risorsa migrante sia appunto una risorsa e non un problema”.

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7 novembre 2018
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