‘Maturi’ (e a piedi) in Islanda, l’avventura di 8 ragazzi in presa DIREtta – 5° puntata

Costume e Società

‘Maturi’ (e a piedi) in Islanda, l’avventura di 8 ragazzi in presa DIREtta – 5° puntata

BOLOGNA – Hanno fatto l’esame di maturità e, a differenza di tanti diciottenni che si buttano in estati di sfrenato divertimento tra spiagge e discoteche, loro hanno pensato di festeggiare questo importante traguardo in modo diverso. Con un viaggio-scoperta, faticoso e introspettivo. Ma rigorosamente in squadra: perchè questi otto ragazzi di Bologna, che si sono ribattezzati ‘Il Gregge‘, da anni sono abituati a camminare (e faticare) insieme, facendo trekking ed escursioni in giro per l’Italia. E così hanno voluto fare anche per il loro viaggio della maturità. Scegliendo un posto davvero speciale: l’Islanda. Un viaggio immersi nella natura per lasciarsi conquistare da scenari mozzafiato. Un percorso avventuroso che non dimenticheranno facilmente. Il loro viaggio è cominciato il 16 luglio e finito il 24. Oggi vi raccontiamo la quinta puntata.

I protagonisti:

“CIAO CIAO LAUGAVEGUR”

Emstrur- Þórsmörk – 21 luglio

Questa mattina è una di quelle in cui inspiegabilmente tutte le sveglie si mettono d’accordo per non suonare e la pigrizia coglie anche i più responsabili. Ci alziamo almeno un’ora dopo rispetto al solito. La serietà imporrebbe una partenza il più celere possibile, ma ci viene indicata la strada per un Canyon a detta di tutti i passanti indimenticabile. Per raggiungerlo occorrono circa venti minuti di cammino in direzione opposta a quella da cui saremmo dovuti partire. Così lasciamo gli zaini al rifugio e ci avviamo tra sentieri tortuosi verso la nostra meta temporanea.

Siamo impazienti di scorgere il Canyon, le numerose colline lo mantengono celato fino all’ultima curva; infine eccolo, lo raggiungiamo dall’alto, ma soltanto avvicinandoci al suo centro panoramico riusciamo a coglierne la vera profondità. E’ dipinto da diverse sfumature di scuri colori terrosi, e il suo slancio estremamente profondo incute un certo timore. Ciononostante, non possiamo fare a meno di avvicinarci al precipizio: per essere abbracciati dalle immense pareti e osservare meglio il gretto del fiume. Lo spettacolo è senza precedenti, non sarà profondo come il Gran Canyon e non avrà i suoi colori accesi, ma come maestosità rivaleggia senz’altro, caratterizzato da un fascino così selvaggio da apparire a tratti brutale. I gabbiani sbucano dai loro nidi nelle pareti rocciose e si librano in volo, sostenuti da una brezza gelida. E’ una scena mozzafiato, “questa terra è senza età, senza limite fra cielo e terra, come il vento che accarezza l’erba della prateria”; forse questo luogo ha più di qualcosa in comune con il gran canyon se questa è la prima citazione che ci viene in mente.

Passiamo circa una mezz’ora a rimirarlo prima di rivolgere di nuovo i nostri passi verso il rifugio, dove avremmo ripreso gli zaini per iniziare la strada vera e propria: quella che ci avrebbe portato fino a Þórsmörk, quella con cui avremmo concluso il nostro Laugavegur.

Gli incontri piacevoli non finiscono più ad Emstrur; al momento della partenza veniamo colpiti da due ragazze Islandesi che stanno, allo stesso tempo, ballando e pulendo i bagni del rifugio. Non avevamo mai visto persone così allegre nel pulire delle latrine: ballavano senza freni inibitori sotto i colpi di basso della musica di Shaggy.

Dopo un breve scambio di battute, eccoci di nuovo pronti con gli zaini in spalla, al grido dell’hashtag: #roadtoÞórsmörk!

Siamo in ritardo, ma fiduciosi nella tappa prevalentemente in discesa. I territori che ci accompagnano nella prima parte del percorso ricordano quelli del giorno prima: montagne tinte da muschi di colorazione verde fluo e densa sabbia scura sotto le nostre suole, sabbia che non rende facile la nostra discesa verso le desolate praterie che scorgiamo in lontananza.

Al termine della discesa, prima di raggiungere un terreno più pianeggiante, attraversiamo l’ennesimo fiume, questa volta grazie ad un ponte. I nostri piedi ringraziano.

Di fronte a noi ora si trova un’immensa distesa di sabbia e strepaglie, intervallata da ammassi di rocce magmatiche dalla forma ottagonale. Questo panorama si estende a perdita d’occhio e ci accompagna quasi fino alla conclusione del sentiero, dove ovviamente incontriamo un altro fiume. Questa volta senza ponti.

Come nostro solito, cerchiamo scorciatoie per poter attraversare senza dover effettuare un cambio di calzature: siamo molto affezionati al calore emanato dai nostri scarponi. Ma diamine, anche questa volta il letto del fiume è troppo ampio e ci tocca sfoderare gli oggetti che più di tutti fanno scendere il nostro sex appeal: i sandali.

L’attraversamento è letteralmente un bagno ghiacciato, ma una volta terminate le nostre sofferenze abbiamo l’occasione di osservare quella che gli Islandesi chiamano foresta. Per noi si tratta di un grazioso insieme di arbusti contornati da fiori di un violetto acceso; imbocchiamo il sentiero che vi si inoltra. Quest’ultimo ha un aspetto nordico: estremamento pulito e ordinato. Proseguendo nel bosco, dopo vari sali scendi, giungiamo finalmente alla nostra meta. Il contapassi segna 54 km percorsi; il nostro non è un addio ma un arrivederci: ciao ciao Laugavegur!

Ad accoglierci nei pressi del nuovo rifugio troviamo niente meno che le bambine con cui il giorno prima ci eravamo cimentati in sfide di ballo e canto. Hanno ancora voglia di giocare, ma noi siamo esausti e promettiamo di vederci dopo aver cenato e montato le tende. Purtroppo, appena terminato il pasto, una fastidiosissima ma incessante pioggerellina ci sorprende. Finiamo presto chiusi in tenda in attesa della mattina successiva, riposandoci in vista della strada che, passando in mezzo a due ghiacciai, ci avrebbe condotto fino all’oceano, ci avrebbe condotto fino a Skogar.

Fotogallery:

7 agosto 2018
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