Governo, Rosati: “Non va sottovalutato. Pd ritrovi le sue origini”

ROMA – Dalla Flat tax, un provvedimento che “toglie ai poveri per dare ai ricchi”, alle altre “contraddizioni” che regnano dentro il nuovo Governo gialloverde. E poi la fase delicata del Partito democratico, la mancata analisi della “più grande sconfitta dal dopoguerra a oggi” e la necessità di ripartire da un congresso che individui subito proposte ben precise. Antonio Rosati, esponente di lungo corso del Partito democratico, in un’intervista all’agenzia Dire analizza il momento politico e chiede al suo partito “più disciplina”:
– Dopo quasi 90 giorni dalle elezioni, il Paese ha un governo a trazione Lega-Movimento Cinque Stelle. Dall’opposizione, quali sono i punti del famoso contratto di governo che più teme?
“Innanzitutto, temo la Flat tax, che è una cosa concreta del programma e mi ricorda l’Inghilterra di fine Ottocento descritta da Dickens. È un’operazione incredibile, da Robin Hood rovesciato: toglie ai poveri per dare ai ricchi. Sul piano politico, tengo a dire che non sottovaluto affatto questo Governo. Sottovalutarlo sarebbe un errore, perché con questa nuova compagine governativa è nato un grande accordo, cementato sul potere, che si fonda però su una larghissima base sociale. E questo è accaduto perché la politica ha smarrito i suoi luoghi e oggi il Palazzo è una delle poche rappresentazioni del potere. È come se la storia di tanti uomini e donne passasse soltanto dentro quel Palazzo. Questo mi preoccupa molto”.

– C’è chi dice che questo governo potrebbe agevolare Salvini e la Lega e indebolire il Movimento Cinque Stelle di Di Maio, che perderebbe voti a sinistra. È una lettura possibile secondo lei?
“È una probabilità. Certamente, questo Governo ha il timbro forte della Lega, cioè di una nuova destra italiana ed europea con alcune caratteristiche sociali che nel Novecento, senza voler drammatizzare, portarono al potere regimi autoritari. Noi dovremo lavorare su questa contraddizione, perché ci sono tanti elettori, oltre due milioni, che vengono da sinistra e sono confluiti nel Movimento 5 Stelle, in particolare nel meridione e tra i giovani. Si tratta di parlare alle persone, interpretando però un mondo davvero cambiato. È necessario avere una forte capacità di innovazione e di pensiero, anche inventando soluzioni per la vita concreta dei cittadini, senza perdere di vista le ragioni per cui noi esistiamo. E cioè tentare di accorciare le distanze tra chi sta meglio e chi sta peggio”.
– Nel frattempo, però, proprio sul versante del centrosinistra il Partito democratico sembra essere entrato in una lunga notte. Che cosa sta succedendo?
“Non c’è dubbio che siamo in una condizione molto difficile. Stiamo continuando a evitare una grande discussione di massa sulle ragioni, non solo di breve periodo, che hanno portato a questa sconfitta, che è la più grande dal dopoguerra a oggi. Non può funzionare una grande rimozione generale. Nonostante le tante energie e passioni che ancora animano la sinistra, non si riesce più ad avere un centro irradiatore di passioni. Lo schema a cui penso è quello del binomio ‘cielo- terra’ che prevede proposte concrete – come lavoro, scuola e sanità – e nello stesso tempo una grande visione del mondo: l’idea che l’azione umana possa cambiare lo stato di cose esistenti, verso una società più giusta”.

– Come accade ormai dal referendum costituzionale, il Pd sembra diviso tra sostenitori e detrattori di Renzi. Secondo lei l’ex segretario dovrebbe fare un passo indietro ancora più netto?
“Vorrei uscire da questa dicotomia Renzi sì, Renzi no. Io guardo già oltre. Posso segnalare soltanto uno stile, più volte adottato sia nel nostro partito che in altre grandi realtà europee, che in certi casi porta a fare un passo di lato. I problemi nel Pd c’erano anche prima di Renzi. Spesso siamo impresentabili agli occhi dei cittadini. Ecco perché abbiamo urgente bisogno di un cambio della nostra classe dirigente che non sia solo generazionale. Bisogna ripartire da una grande fase congressuale che non parli soltanto a noi e al nostro ombelico. Un congresso che sia il più possibile aperto alla società in tutte le sue forme. Occorre riconquistare la “forza e nobiltà” della politica. Forza per poter affermare le nostre idee, nobiltà per dimostrare che siamo davvero al servizio della società”.
– In ogni caso, Renzi o no, il Pd ha di fronte una fase congressuale che si preannuncia molto complessa. Che cosa auspica da questo momento di confronto?
“Mi piacerebbe un congresso per tesi, dove dal basso le persone possano contare molto di più. Questo partito deve davvero essere smantellato, deve scardinare le correnti che oggi sono solo strumenti di potere, come hanno dimostrato le liste elettorali. Mi pongo una domanda: questo PD è utile al Paese? Mi auguro che Zingaretti continui, dopo le sue prime dichiarazioni, a stare in campo, a dare la sua disponibilità a guidare un cambiamento, perché ha dimostrato saggezza e capacità di ascolto. È un uomo molto disciplinato, una qualità che serve, perché il Pd non ha più disciplina. Non si tratta di un richiamo a una vocazione gerarchica o militare, ma di una forma di rispetto verso chi si rappresenta. Un partito deve avere molte voci, ma poi deve avere capacità di sintesi sulle cose concrete, non si può essere sempre una Torre di Babele. Vorrei un congresso che si concentrasse su alcune proposte specifiche da mettere al centro del dibattito. Tra queste, l’aumento del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici attraverso un accordo per la loro partecipazione ai processi produttivi. Poi la riduzione del cuneo fiscale, prevedendo meno tasse per i lavoratori e per i datori di lavoro e più per le rendite. Questo porterebbe un sollievo sui consumi e favorirebbe una ripresa. Infine, mettere gli investimenti pubblici produttivi fuori dal Patto di stabilità europeo. Ecco, questa è ‘la terra’. Ma poi c’è anche ‘il cielo’. Il Pd deve ritornare ad interpretare una grande idea di uguaglianza, giustizia e libertà. Solo così possiamo dimostrare che anche un’altra idea di Europa è possibile. Noi siamo per un’economia di mercato, non per una società di mercato e dovremmo batterci per un nuovo Umanesimo economico e sociale”.

7 giugno 2018
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