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Dal Qatar isolato agli attacchi di Teheran, nel Golfo è crisi

ROMA – Il Medio Oriente non è tranquillo. E’ di stamattina la notizia di due attacchi terroristici a Teheran, mentre nei giorni scorsi i Paesi del Golfo Persico e l’Egitto avevano chiuso ogni rapporto diplomatico con il Qatar.

Nell’infografica, la situazione:

TRUMP: IL QATAR FINANZIA IL TERRORISMO

“E’ un bene che l’Arabia Saudita e altri Paesi assumano una linea dura contro chi finanzia l’estremismo, puntando il dito contro il Qatar. Forse e’ la volta buona che si pone fine all’orrore del terrorismo!”. Cosi’ il presidente statunitense Donald Trump, con un tweet, ha rotto il silenzio che aveva mantenuto sulla crisi diplomatica esplosa tra Doha, da una parte, e i Paesi del Golfo Persico e l’Egitto, da un’altra.

Trump ha plaudito all’iniziativa di Riad di isolare diplomaticamente ed economicamente il Qatar, accusato di finanziare i gruppi islamisti legati all’Iran. Ma prima all’origine di questa decisione ci sono esigenze politiche di vecchia data: la storica – quando dannosa – rivalita’ tra le due super-potenze regionali: Arabia Saudita e Iran, come spiega Luciano Tirrinnanzi, vicedirettore del portale ‘Lookout News’, in un’analisi. Con questa mossa Riad, seguita da Emirati, Bahrein ed Egitto, avrebbe voluto inviare “un messaggio neanche troppo subliminale”.

“Chi mantiene legami con Teheran d’ora in poi verra’ isolato” sottolinea Tirinnanzi.

“La disputa tra i due colossi a cavallo tra Medio oriente ed Asia centrale guarda alla leadership di una delle principali aree mondiali per il mercato degli idrocarburi, ma da sempre si articola sul discorso culturale-religioso: l’Arabia Saudita si proclama la guida dei musulmani sunniti, l’Iran porta il vessillo degli sciiti. Ne sono una prova le guerre per procura in tutta la regione: Siria, Iraq e Yemen”. Un discorso all’apparenza fuori dal tempo, ma che – secondo gli storici – ha un’enorme presa su popolazioni che da secoli si scontrano e si opprimono a vicenda proprio poiche’ appartenenti a clan separati e non mescolabili a causa di una diversa concezione dell’islam.

Ma a “benedire” la decisione di Riad e’ stato proprio Trump. Nel suo recente viaggio in Medio oriente, ricorda Tirinnanzi, il presidente americano “ha rispolverato la storica alleanza con i sauditi che il suo predecessore Obama”, il quale aveva preferito “riavvicinarsi all’Iran”, quindi ha ridefinito con chiarezza “gli amici e i nemici dell’America, distinguendo gli alleati dagli avversari”.

Un riferimento, anche, alla mano tesa che a Israele. Il Qatar, seppur piccolo, e con un budget per le spese militari irrisorio – 1,9 miliardi di dollari, a fronte dei 56,7 miliardi di dollari all’anno investiti da Riad – ha una posizione strategica non indifferente: collocato al centro del Golfo, prospiciente l’Iran, ospita “la piu’ grande base militare americana del Medio Oriente, da dove partono la maggior parte delle operazioni aeree contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria e contro i qaedisti in Afghanistan”.

La Us Combined Air Operations Center (Caoc), sottolinea l’esperto, “e’ il quartier generale avanzato del Central Command americano, che vede oltre 11mila americani, tra soldati e personale di servizio. È la base aerea di Al-Udeid, una trentina di chilometri a sud-ovest di Doha, dotata di piste di atterraggio tra le piu’ lunghe del Golfo Persico (3,81 km) e l’unica dalla quale possono decollare i giganteschi bombardieri B52, nonche’ in grado di ospitare fino a 120 aerei contemporaneamente”. E Washington ha infatti gia’ detto che non intende “cambiare i propri piani” in merito a questo avamposto.

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Le principali ripercussioni dell’isolamento diplomatico del Qatar toccheranno prima di tutto i suoi cittadini, sottolinea Tirinnanzi. “Potranno entrare in Arabia Saudita solo per partecipare al pellegrinaggio annuale nella citta’ santa della Mecca. Per il resto, hanno due settimane da oggi per abbandonare il Paese e non farvi ritorno. Lo stesso vale per i cittadini qatarioti presenti in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti. Inoltre le compagnie aeree Qatar Airways, Etihad Airways ed Emirates non sono piu’ le benvenute sui cieli del Golfo Persico. Anche l’Egitto ha dichiarato di aver chiuso il proprio spazio aereo ai vettori del Qatar, mentre la redazione saudita di ‘Al-Jazeera’ e’ stata chiusa e altre iniziative seguiranno contro il piccolo emirato governato dagli Al-Thani. I confini sono gia’ stati chiusi e, in pratica, il Paese e’ temporaneamente isolato dal resto della regione”.

Anche le Filippine di Duterte hanno vietato ai propri cittadini di viaggiare in Qatar. A soffrirne saranno anche le importazioni: la maggior parte dei prodotti vengono acquistati dall’estero, e ora Doha potrebbe avere difficolta’ a proseguire i lavori per l’allestimento delle strutture in vista dei mondiali di calcio del 2022.

“I preparativi verosimilmente rallenteranno, cosi’ come le borse finanziarie puniranno certamente i titoli del Qatar in questa fase d’incertezza. Anche l’industria energetica e l’indotto degli idrocarburi- evidenzia Tirinnanzi – inizieranno tra non molto a incidere negativamente sul bilancio economico del Paese”. In questo senso, secondo l’esperto, “sara’ interessante osservare le mosse dell’Opec, l’organizzazione dei Paesi esportatori del petrolio di cui Doha e’ membro (e di cui Riad e’ il dominus), in relazione al calmiere dei prezzi del greggio: attualmente, dopo la decisione unilaterale dei Paesi del Golfo di isolare Doha, il prezzo del petrolio e’ salito anche se non cosi’ significativamente”.

La rovina del Qatar potrebbe essere quindi stata decisa, conclude il direttore di ‘Lookout News’: ma le piu’ fosche prospettive non si realizzerebbero prima di diverso tempo, “se la situazione dovesse cristallizzarsi e la contesa dovesse trascinarsi per mesi”.

L’ESPERTO: IS DIETRO ATTENTATI A PARLAMENTO E MAUSOLEO

(di Luciano Tirinnanzi)

Quello di oggi e’ il primo attacco terroristico da lungo tempo sul suolo iraniano, dove i controlli sono generalmente severi e asfissianti, e diffusi capillarmente non soltanto nella capitale Teheran. Nel 2016, tuttavia, il ministero dell’Intelligence iraniano ha annunciato di aver sventato diversi complotti terroristici all’interno dei confini nazionali (a giugno e ad agosto) che, secondo i funzionari della sicurezza, avevano come obiettivo principale attaccare proprio la capitale Teheran.

L’azione coordinata e’ certamente frutto delle tensioni crescenti in Medio Oriente e non appare invece legata al terrorismo “interno” europeo. Nel senso che le ragioni dell’attacco sono da ricercare nel contesto della grande guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran – o, se vogliamo, tra sunniti e sciiti – in corso in tutto il Medio Oriente, dalla Siria all’Iraq fino allo Yemen, e oltre. Prova ne sia il fatto che le prime parole di alcuni deputati iraniani scampati alle raffiche di mitra siano state: “Morte all’America e al suo servo, l’Arabia Saudita”.

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Non solo. La tempistica dell’attentato non e’ casuale e segue la chiusura delle frontiere con il Qatar nell’ambito della “lotta al terrorismo” dichiarata dal presidente americano Donald Trump di ritorno dal viaggio in Arabia Saudita, paese che oggi indica nel piccolo emirato la fonte dei finanziamenti ai jihadisti. Ma, in realta’, la mossa della chiusura delle frontiere va inquadrata in funzione anti-iraniana, essendosi il Qatar dimostrato troppo docile e condiscendente nei confronti di Teheran. Come a dire che l’Arabia Saudita mostra i muscoli e opera per destabilizzare l’Iran, che e’ tornato ad essere il nemico numero uno anche degli Stati Uniti.

Infine, non si puo’ non menzionare il concomitante avvio della battaglia di Raqqa, capitale de facto dello Stato Islamico in Siria. Tutti questi elementi riconducono i fili di questi atti di sangue al Medio Oriente e allo scontro sunniti-sciiti. Il terrorismo ha colpito i principali simboli (poco) laici e religiosi iraniani, ovvero il parlamento e il mausoleo dell’ayatollah Khomeini, padre di quella rivoluzione che ha trasformato il paese da una monarchia a una repubblica islamica sciita, quale e’ oggi l’Iran. Ad entrare in azione sarebbero stati almeno 4 uomini. Le modalita’ d’attacco multiplo, il coordinamento, la spettacolarizzazione dell’attentato e l’uso di kamikaze inducono a ritenere che sia opera di islamisti, riconducibili soprattutto allo Stato Islamico. Questo perche’ l’attacco segue altre azioni gia’ poste in essere in Medio Oriente (Iraq, Egitto), Asia (Afghanistan, Filippine, Indonesia) ed Europa (Londra, Parigi oltre all’Australia): e’ il richiamo al Ramadan di sangue descritto negli ultimi comunicati diffusi dagli uomini del Califfato.

Lo Stato Islamico il 28 marzo scorso ha rilasciato un video di minacce nei confronti dell’Iran, sollecitando una rivolta contro gli Ayatollah e incitando i militanti iraniani apparentemente affiliati al gruppo a promuovere attacchi contro Teheran.

Il video, dal titolo ‘Persia: il passato e il presente’, e’ in lingua farsi e inizia con uno scorcio di storia persiana, che mostra jihadisti appartenenti a una supposta nuova divisione, denominata “Salman al-Farsi” (dal nome di un compagno del Profeta Maometto), mentre e’ in azione nella provincia irachena di Diyala. L’Iran e’ descritto dal commentatore dell’Isis come “un rifugio per gli apostati e infedeli” e accusato di perseguitare i sunniti, poiche’ sostenitore tanto dei ribelli Houthi nello Yemen, quanto delle milizie libanesi Hezbollah.

Inoltre, il Paese persiano viene biasimato anche per il suo offrire protezione agli ebrei. Il 27 settembre, le forze di sicurezza hanno fatto trapelare la notizia di aver ucciso il leader dello Stato Islamico in Iran, noto con il nome di battaglia Abu Aisha al-Kurdi. L’emiro sarebbe stato freddato a Kermanshah, una citta’ non lontana dal confine occidentale con l’Iraq, dopo un’operazione che e’ stata descritta come “complessa e massiccia” condotta da agenti segreti iraniani. Secondo fonti iraniane, nel paese sarebbero stati attivi due diversi gruppi rifacentisi allo Stato Islamico, quello di Kermanshah e un secondo, ambedue tenuti sotto controllo sin dall’inizio delle attivita’ eversive.

Abu Aisha al-Kurdi avrebbe dovuto costituire una cellula dormiente per pianificare attacchi in grande stile, ma si riteneva fosse stato fermato prima che il suo gruppo potesse entrare in azione. In ogni caso, l’Iran non e’ immune dalle spinte jihadiste e dalla minaccia terroristica del Califfato. Oltre a Jaish al-Adl (“Esercito della Giustizia”), gruppo salafita afghano in quota Al Qaeda che dal 2012 minaccia l’Iran con attentati contro civili e militari, il jihadismo e’ cresciuto molto negli ultimi cinque anni, e ha visto fiorire soprattutto simpatizzanti del Califfato. Secondo i servizi di sicurezza nazionali, sono almeno 1.500 i giovani iraniani cui e’ stato impedito di unirsi allo Stato Islamico, un numero che non puo’ non preoccupare Teheran.

Sinora si conoscevano i nomi di due soli iraniani affiliati allo Stato Islamico: Abu Mohammad al-Irani, che si e’ fatto esplodere a Ramadi (Iraq) nel maggio del 2016, e il giovane Reza Niknejad, un americano-iraniano scomparso dai radar dopo che era volato in Siria per unirsi ai miliziani di Al Baghdadi. Ragion per cui lotta al terrorismo in tutta la regione e’ divenuta la preoccupazione numero uno del regime, sempre piu’ palpabile soprattutto a giudicare da quest’ultimo assalto.

07 giugno 2017

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