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In Giordania Petra è senza folla e con regine nuove FOTO e VIDEO

PETRA (Giordania) – Le regine di Petra sono cinesi, malesi o indonesiane con l’abaya, il velo islamico che copre fin sotto gli occhi.

Trottano su carretti trainati dai muli lungo il Siq, la gola tra i costoni di arenaria. Passano accanto a qualche americano in pantaloncini, a volte sentono parlare russo. Ma di tedeschi, spagnoli o italiani non se ne vedono. Anche perché a Petra, necropoli nabatea, patrimonio dell’umanità con edicole, tombe e frontoni scolpiti nella roccia nel I secolo dopo Cristo, i turisti sono molti di meno.

Non è solo colpa del sole allo zenit: maggio è alta stagione e anche nel deserto che porta al Negev, sul confine tra la Grande Siria e l’Arabia, si sente profumo di malva e oleandro.

I TIMORI DEGLI EUROPEI

“Dalle rivolte arabe del 2011 c’è stato un crollo negli arrivi del 60 o del 70 per cento” spiega Mohammed Al Nawafleh, il direttore del Parco archeologico di Petra. “Molti europei sono intimoriti perché la Giordania confina con l’Iraq e la Siria e pure la Turchia non è lontana”.

Non la vedono così i beduini con il kohl, il trucco nero sotto gli occhi tipico delle tribù. Rispondono che “la Giordania è sicura” e l’accoglienza una tradizione. Ma Al Nawafleh guarda in direzione di New Petra, la città sorta accanto al sito archeologico, una delle poche tra Amman e il Mar Rosso, e tiene il conto. “Dall’ inizio del 2016 hanno chiuso nove alberghi”.

Anche se dalle bombe al Grand Hyatt, al Radisson e al Days Inn di Amman sono trascorsi ormai 12 anni, il governo di re Abdallah non può fare a meno di essere preoccupato. Il turismo vale il 20 per cento del Prodotto interno lordo ed è una risorsa difficilmente sostituibile. Anche perché dei nove milioni di abitanti della Giordania almeno due sono costituiti da profughi: giunti dalla Palestina prima o dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, e poi ancora dall’Iraq e dalla Siria in fiamme. Solo i siriani censiti nei campi dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) sono oltre 650 mila.

LA RIPRESA

Si capisce, allora, perché sul turismo il Regno hashemita abbia cambiato marcia. Uno dei segnali è il Jordan Pass, un documento che sostituisce e integra il visto per stranieri in vendita all’aeroporto per 40 dinari, circa 67 euro. Costa uguale e dà diritto anche a visitare tutti i siti archeologici: un’opportunità vantaggiosa per chi arriva ad Amman se si considera che solo l’ingresso a Petra costa 50 dinari.

Un altro segnale lo ha lanciato l’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Dal 2012 sono in corso interventi per salvaguardare il sito nabateo dai rischi di carattere idro-geologico, alimentati dai rigori del clima desertico con l’alternarsi di caldo e freddo e le precipitazioni improvvise. Proprio in questi giorni è cominciata una terza fase del progetto, co-finanziata ancora dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

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“Dopo le ricerche tecniche e gli interventi pilota condotti per testare le metodologie cominceranno i lavori a parete”, spiega alla DIRE Costanza Farina, rappresentante dell’Unesco in Giordania, italiana non a caso.


L’impegno è mettere in sicurezza rocce e frammenti di costone anche di un peso superiore alle cinque tonnellate. Decisivo il contributo dei rocciatori alpini e degli esperti italiani per la formazione nell’uso di tecnologie avanzate, dal laser scanning alla fotogrammetria. Sempre per ridurre il rischio di frane, si continuerà anche con i terrazzamenti a picco sulla gola del Siq; sperando sempre nelle nuove regine di Petra, dagli occhi vagamente a mandorla.

“I turisti asiatici ci hanno un po’ salvato” conferma Ghassan Shalaldeh, una guida turistica. Sorride davanti alla facciata del Tesoro con le colonne ellenistiche scolpite nell’arenaria, nero ferro e rosso rame: “Dopo Petra di solito proseguono con il tour dei siti islamici della Giordania, cominciando dalle tombe dei nipoti di Maometto”.

di Vincenzo Giardina, giornalista

7 maggio 2017
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