Scontro politica-magistratura… alla fine perdono tutti

di Barbara Varchetta Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali

Lo scontro acceso tra gli esponenti del Governo ed alcuni noti rappresentanti della magistratura desta, ormai, stupore soltanto tra i residuali gruppi di “ignavi” che hanno scientemente inteso vivere avulsi dal contesto storico italiano degli ultimi venticinque anni; o tra gli “integralisti” sostenitori della Costituzione e dei princìpi di diritto affermatisi da Montesquieu in poi, secondo i quali la separazione dei
poteri è l’impalcatura elementare nonché essenziale della Democrazia.

Il resto degli italiani conosceva già l’esistenza del conflitto tra magistratura e politica, tra due poteri che difficilmente si muoveranno in equilibrio tra loro. Per tutta una serie di ragioni. Il CSM è un organo indipendente i cui componenti sono eletti per 1/3 dal Parlamento (leggasi politica); la Corte Costituzionale è un organo di garanzia i cui membri sono eletti per 1/3 dal Presidente della Repubblica e per 1/3 dal Parlamento (leggasi ancora politica); le restanti quote, in entrambi i casi, sono di competenza della magistratura che sceglie i suoi rappresentanti secondi criteri interni.

Se si considera che anche quest’ultima categoria è quasi interamente suddivisa in correnti riferibili ad aree politiche e partitiche ben definite (l’ANM ne è l’esempio plastico), si evince agevolmente come il potere giudiziario non possa che essere fisiologicamente legato alle logiche della politica e della maggioranza di governo pro tempore. I magistrati rappresentano un esercito di uomini al servizio della Nazione e proprio in quanto uomini basano il loro agire su convincimenti di natura ideologica e razionale derivanti dal proprio background culturale, sociale e politico: è chiaro come non si possa pretendere di disancorare la loro azione dalla formazione soggettiva. Tutto ciò non implica parzialità ed offuscata capacità di giudizio bensì obbliga a mettere in conto che chi giudica ha delle caratteristiche ben definite, difficilmente arginabili e che trovano una compiuta definizione nel cosiddetto principio del libero convincimento.

Non è anomalo, pertanto, che alcuni magistrati gridino alla deriva autoritaria imposta da Renzi con la riforma costituzionale e l’Italicum, che si battano per moderare il rischio che gli organi a cui si faceva riferimento poc’anzi non diventino l’espressione sostanziale di un unico gruppo politico che finirà con l’occupare la buona parte dei seggi a disposizione in Parlamento.

Un po’ meno consona appare, piuttosto, la scelta dello scontro frontale, della bagarre offensiva proposta dal presidente dell’ANM piuttosto che da alcuni membri del CSM, nonché la reazione del presidente del Consiglio e dei suoi compagni di partito: chi ha in mano le sorti di un Paese non può farsi tentare dalle sirene della conflittualità, nè può dar vita a fazioni contrapposte, buoni contro cattivi… magistratura contro politica; il rischio che si profila è la delegittimazione di tutti i poteri dello Stato che vedrebbe come conseguenza l’espansione dello spazio riservato ad altre forme, non istituzionalizzate, di potere che hanno già dato prova del proprio cinismo e della propria subdola avidità.

La sinergia tra organi istituzionali, il confronto diretto su tematiche strategiche e la condivisione di linee di condotta relative all’azione di tutte le compagini statali, ciascuna con la sua intrinseca autonomia, lungi dall’essere una violazione di competenze esclusive, rappresenterebbe, piuttosto, la risposta all’inadeguatezza della gestione della Cosa Pubblica a cui si è assistito negli ultimi cinque lustri di storia italiana.

7 Maggio 2016
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