Emilia Romagna

Scoperta la targa per l’eccidio del 1920, a Modena poca gente e Pd assente

targa modena eccidio

MODENA – Profilo basso a Modena, questa mattina, in occasione del ricordo dell’eccidio del 1920. Una targa è stata apposta sotto il portico comunale, ai piedi dello scalone del palazzo: l’ha scoperta il sindaco Gian Carlo Muzzarelli a 96 anni dall’evento, insieme a due familiari delle vittime. Nella lastra di marmo si citano i “caduti per il lavoro e i diritti dei lavoratori”, senza alcun riferimento, come lamenta Sel, ai responsabili delle cinque vittime e dei diversi feriti.

“Quei lavoratori non vennero ammazzati da un fulmine”, manda a dire a margine della cerimonia il capogruppo Sel Marco Cugusi. Dalle cronache dell’epoca, contrassegnata dal Governo Nitti, di sicuro è emersa una verità scomoda. Gli esperti del Dizionario storico dell’antifascismo modenese riportano: “A Modena, quel 7 aprile, furono i Carabinieri a sparare senza ordini diretti e senza segnali di tromba, come riferirono le cronache e le testimonianze degli stessi funzionari di pubblica sicurezza che dichiararono, inoltre, di non aver visto alcun dimostrante fare uso di armi”. Alla breve e sobria commemorazione di oggi hanno partecipato l’assessore al Lavoro Andrea Bosi e alcuni rappresentanti del Consiglio comunale: per la maggioranza c’erano solo Sel e Futuro a Sinistra, assente il gruppo Pd.

modena targa eccidio

La targa, realizzata in marmo bianco veronese, riporta i nomi delle “vittime della repressione avvenuta da parte della forza pubblica”, scrive il Comune in una nota, sui lavoratori che manifestavano per uno sciopero proclamato in tutta Italia: Linda Levoni, Stella Zanetti, Antonio Amici, Evaristo Rastelli, Fernando Gatti. Tra gli altri, erano presenti questa mattina i nipoti di Rastelli e Gatti.

“Quello di oggi è un riconoscimento dovuto”, dice il nipote di Rastelli. “Finalmente, grazie all’impegno di Sel, abbiamo contribuito a rendere giustizia alla storia e alle vittime dell’eccidio”, rivendica Bosi. Alla posa della targa, già annunciata dal sindaco lo scorso anno su sollecitazione in Consiglio di Cugusi, Muzzarelli ha manifestato “l’importanza di garantire memoria rispetto a un periodo difficile come quello degli anni tra la fine della Grande guerra e l’avvento del fascismo, soprattutto rispetto al diritto del lavoro e a chi è morto per rivendicarlo. Una memoria che deve rafforzare il nostro impegno oggi su questi temi, anche e soprattutto a questo serve la memoria”. Alla cerimonia, presidiata da qualche agente di Polizia, non si sono appunto visti sindacati, cartelli o striscioni: Muzzarelli ha optato per una certa sobrietà anche per prevenire eventuali e temute incursioni di stampo anarchico o affine.

Interpellato sulla targa che omette di ricordare gli spari dei Carabinieri, è proprio alle responsabilità di “chi allora diede l’ordine di sparare” che il sindaco rimanda: “Noi dobbiamo stare ai responsabili, quelli che governavano in quel momento, quelli che danno gli ordini e non a coloro che sono al servizio della comunità. Stiamo attenti a non confondere: in quel periodo storico ci fu una grande tensione sociale, che aveva creato un problema drammatico sul tema del lavoro. ‘Loro’ manifestavano per il lavoro, e alla fine qualcuno ha dato l’ordine. Quel Governo, quelle strategie, quella paura avevano generato la tensione di allora”. Il Comune, intanto, ricostruisce e completa così su quel 7 aprile di ormai un secolo fa: “Durante il primo dei quattro giorni di sciopero proclamati dalla Camera del Lavoro Unitaria e dalla Camera del Lavoro Sindacalista, per protestare contro l’uccisione di otto lavoratori e dell’oratore nel corso di una manifestazione a sostegno di una vertenza agraria a San Matteo della Decima, i lavoratori modenesi si radunarono in piazza Grande dove i Carabinieri aprirono il fuoco, uccidendo quattro persone e provocando la morte di una quinta a seguito delle ferite riportate. L’episodio si inquadra in una fase tragica della storia nazionale, fra la fine della Grande guerra e l’avvento del fascismo, segnata da dure lotte per il lavoro, da violente repressioni di esercito e forze dell’ordine, da pesanti divisioni e scontri, anche violenti, fra le stesse forze popolari e dalla nascente, crescente violenza fascista, via via sempre più tollerata, quando non agevolata, da alcuni settori dello Stato”.

di Luca Donigaglia, giornalista professionista

7 aprile 2016
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»