VIDEO | Donne, conciliazione e politiche familiari: “Così si battono le discriminazioni”

Ecco le voci delle ospiti della terza tavola rotonda coordinata da Sandra Zampa, nell'ambito del progetto DireDonne
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Politiche di conciliazione tra vita professionale e vita riproduttiva che diano valore al lavoro di cura, anche degli anziani; scelte politiche e culturali che guardino alla famiglia non come una riserva indiana, ma come luogo tra generazioni che si incontrano; e una grande alleanza tra mondo dell’informazione, della cultura, dell’impresa, del sindacato e della politica che, riuniti attorno a un tavolo, agiscano, ognuno per il proprio settore con un unico obiettivo: il superamento delle discriminazioni sulle donne. È la ricetta per iniziare a spuntare l’arma della disuguaglianza di genere emersa dalle voci delle ospiti della terza tavola rotonda coordinata da Sandra Zampa, nell’ambito del progetto DireDonne e intitolata ‘A che punto siamo con l’uguaglianza di genere: l’Italia può cambiare? Come?’. Protagoniste del dibattito, svolto nella sede dell’Agenzia di stampa Dire oggi pomeriggio, l’onorevole Titti Di Salvo, presidente dell’associazione Libertà e diritti-Socialisti europei (Led), Maria Ludovica Bottarelli Tranquilli-Leali, presidente del Coordinamento italiano Lobby Europea delle Donne, e Maria Grazia Colombo, del Forum delle Associazioni Familiari.

Punto di partenza del tavolo il dato sulle differenze di genere in Italia, che, sulla questione femminile, “resta bloccato”, sottolinea Zampa, “nonostante gli sforzi”. A dirlo è una rilevazione dell’Eurobarometro, che ha messo a confronto, sul tema dell’uguaglianza di genere, due indagini, una svolta nel 2014 e una nel 2017. “In base ai dati emersi da questa ricerca, il 90% degli italiani pensa che l’uguaglianza tra uomini e donne sia un diritto fondamentale e che affrontare questo problema sia necessario per creare una società più giusta- spiega Zampa- Il 79%, però, pensa che sia più probabile per una donna che per un uomo prendere decisioni in base alle emozioni e che, quindi, sia sconsigliabile affidarle la possibilità di prendere decisioni. Il 37% pensa addirittura che le donne non abbiano le necessarie qualità e le competenze per ricoprire posizioni di responsabilità in politica, contro il 3% che si registra in Olanda e in Svezia, e il 5% dei francesi”.

Dati che, insieme ad altre indagini, inchiodano l’Italia tra i Paesi occidentali dove il gap di genere resta più ampio e che, secondo Bottarelli, “dimostrano il permanere di una mentalità terribilmente patriarcale” anche rispetto all’Europa. “I trattati Ue, cominciando da quello di Amsterdam, contemplano come obiettivo e valore dell’Unione l’uguaglianza tra uomo e donna- sottolinea la presidente del Coordinamento italiano Lobby Europea delle Donne- La politica di genere deve essere compresa nelle Costituzioni dei Paesi che vogliono accedere all’Unione Europea ed è vincolante”. Sono quelli del Nord Europa, primi tra tutti Svezia e Finlandia, i Paesi più women-friendly, anche se ciascun Paese “ha buone prassi” da prendere a modello. “La Francia in fatto di conciliazione ha delle facilities molto avanzate rispetto al nostro Paese, tant’è che le donne possono svolgere lavori anche su turnazioni notturne, e godono di detrazioni e aiuti- chiarisce Bottarelli- L’Austria è buona prassi europea per il sostegno alle madri lavoratrici. In Germania, invece, c’è un altissimo gender pay gap, ma non c’è una mentalità patriarcale come in Italia”. 

Ma buone prassi sono presenti anche nei Paesi mediterranei, come la Spagna, “dove hanno un’ottima legge sulla violenza”, grazie alla quale “si è riusciti a sensibilizzare tanto che chi commette violenza non viene solo giudicato da tribunali appositi ma viene additato”. Grecia e Italia “hanno invece risentito molto delle misure di austerità, che impattano direttamente sulle donne”. Preoccupante la condizione femminile in Polonia e Ungheria, anche se, secondo Bottarelli, si registra “un generale arretramento sui diritti delle donne”. A mancare è una strategia unitaria supportata da un bilancio che vada al di là di progetti specifici come il ‘Dafne’, sulla violenza, e i programmi di cittadinanza sulle Pari Opportunità.

L’uguaglianza di genere, per Di Salvo, non “è solo giusta, ma anche conveniente”, come dimostra uno studio della Banca d’Italia: “In base a questo studio- sottolinea- in Italia ci sarebbe il 7% in più del Pil se partecipassero al mercato del lavoro non il 46% di donne, ma almeno la media europea del 60%, che poi è l’obiettivo di Lisbona”. Meno corruzione, più investimento in servizi e istruzione, migliori performance e tasso di istruzione più alto nelle imprese i cui Cda rispettano le prescrizioni della legge Golfo-Mosca sulle presenze femminili. Conviene far lavorare le donne, quindi, ma occorre “superare gli stereotipi culturali”, che ad esempio, “fanno vivere la maternità come un rischio per le donne e un costo per le imprese”. E un’arma valida potrebbe essere il congedo obbligatorio di paternità.

Sul tema di maternità, paternità e famiglia ruota, anche secondo Colombo, la vera sfida per una parità di genere che possa dare un contributo al futuro del Paese, anche dal punto di vista della natalità. “Non si è mai investito fino in fondo in politiche familiari e il figlio non viene visto come un bene comune, come dovrebbe- sottolinea- Spesso pensiamo che la donna sia definita da questo senso della maternità, ma è il contrario”. Maternità come diritto tra i diritti, quindi, e come master, perché “dalla questione familiare passa tutto, dalla sanità, ai diritti, all’educazione” e perché “fare figli dà una speranza e diventa una possibilità per investire nella ricerca e non nell’assistenza”.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

7 Febbraio 2019
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»