L’EVENTO – Chi ha paura dei biosimilari in oncologia? Il tema all’Asco

ROMA – Chi ha paura dei biosimilari in oncologia? Se lo sono domandati oncologi, farmacoeconomisti e specialisti di sanità pubblica in una delle sessioni plenarie del meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology in via di conclusione a Chicago. In particolare Michael Thompson, oncologo e membro della American Society of Hematology (ASH), nonché componente del National Cancer Institute (NCI) si è chiesto “se ci si trovi davvero di fronte ad un libero mercato nel momento in cui, nonostante la presenza dei biosimilari, gli originator continuano a levitare drasticamente nei loro prezzi”. Nonostante molti trattamenti chemioterapici – si pensi a Chop e Abdv, il primo per linfoma non Hodgkin, il secondo proprio per linfoma di Hodgkin – siano ormai genericati negli USA, e dovrebbero quindi aver generato una “cultura di fiducia nei confronti di questi prodotti, una certa refrattarietà continua a resistere”, ha detto Thompson, “Questo ê dimostrato anche dalla fatica con cui si diffonde l’uso dell’Ogiviri, l’equivalente dell’Herceptin (anticorpo monoclonare utilizzato per il cancro al seno ed allo stomaco) primo biosimilare approvato dalla FDA”.

Così, nonostante i biosimilari confermino profili di safety ed efficacia analoghi ai farmaci più costosi, il mondo dei clinici si scontra e si allontana da questo “argomento virtuoso”, proprio mentre le agenzie regolatorie mondiali iniziano a convergere sui temi di di intercambiabilità e switch, di soggetti prescrittori e di educazione dei pazienti. Cosa manca, dunque? Si tratta di una carenza di cultura tra gli operatori, oppure di un più sottile “non libero mercato”, che dichiara “di credere nel biosimilare, ma poì lo vede con diffidenza”si è domandato Thompson, pur senza offrire una risposta all’interrogativo. La preoccupazione espressa dall’esperto nordamericano si radica in una situazione di sistema sanitario negli USA. In Italia il segmento dei farmaci equivalenti e biosimilari stenta a raggiungere le quote di mercato già consolidate negli USA e in altri paesi europei, Germania in testa, anche se il recente position paper dell’Agenzia del Farmaco, l’Aifa, potrebbe portare ad un definitivo consolidamento, ma una certa refrattarietà di sistema e del mondo clinico (soprattutto al Sud: dove ci sarebbe più bisogno di contenimento di costi si registra la minore penetrazione nella pratica clinica e terapeutica) rimane comunque da vincere e superare. Da quanto emerso all’ASCO, semmai, si evince che il problema non è solo italiano. L’arrivo di nuovi farmaci sempre più efficaci, ma anche sempre più costosi, pone da oggi la questione in modo chiaro e definitivo: il biosimilare è l’unica strada affinché i sistemi non collassino di troppi costi in oncologia. È interesse di tutti, anche delle aziende che producono farmaci brandizzati, che la sua diffusione non sia ostacolata. Vedremo se il messaggio sarà recepito.

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6 giugno 2018
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