Mondo

Afghanistan, “guerra persa”: l’Isis avanza e i talebani trattano


ROMA – “L’Afghanistan è ormai una guerra persa, e la questione riguarda direttamente anche l’Italia, responsabile dell’Occidente: qui la situazione sembra relativamente tranquilla, ma nelle aree a sud e a est di Herat, dove siamo presenti, le cose sono peggiorate molto negli ultimi tempi”. Così commentava solo pochi giorni fa Claudio Bertolotti, anticipando in qualche modo l’attentato di oggi a Herat: una bomba è stata piazzata su un risciò, esploso nei pressi dell’ingresso di una moschea, provocando decine di vittime e feriti. Il gesto non è ancora stato rivendicato, ma il dubbio che possa trattarsi nuovamente dell’Isis Wilayat Khorasan – la cellula dell’Is dislocata nell’area dell’Afghanistan e del Pakistan – è forte.

Bertolotti, dal 2005 al 2008 capo sezione di contro-intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan, oggi analista strategico di Itstime (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies), è stato intervistato da ‘Lookout News’ all’indomani dell’esplosione del camion bomba che il 31 maggio scorso a Kabul aveva causato più di 150 morti. La situazione da lui descritta può aiutare a inquadrare gli eventi di oggi: “L’Isis negli ultimi 7-8 mesi ha compiuto attacchi spettacolari in questo Paese con l’obiettivo di reclutare un numero sempre maggiore di nuove leve. Lo Stato islamico ha finora manifestato una forte capacità operativa – ha spiegato l’ex funzionario Nato – che però va ben al di là della sua effettiva capacità di mobilitare le masse. Dunque, conta molto da un punto di vista comunicativo e dell’immagine che riesce a trasmettere di sé, molto meno invece sul piano della minaccia militare che rappresenta“.

Ma anche i Talebani non si possono escludere dall’incidente di oggi. D’altronde, questi ultimi godrebbero dell’appoggio dell’Iran e soprattutto nelle zone prossime al confine con l’Iran, da cui Herat non è distante: “L’Iran – ha sottolineato Bertolotti – ha utilizzato l’alleanza con i Talebani per mantenere in Afghanistan un livello di conflittualità latente. Ciò gli ha permesso di tenere impegnati gli Stati Uniti in un conflitto lungo e logorante, impedendogli di investire tempo e risorse contro l’Iran”. Inoltre l’aiuto ai Taliban consentirebbe a Teheran “di impiegare in Siria unità afghane di etnia azara e, più in generale, di porre un altro tassello nella sua strategia di contrasto regionale nei confronti di Isis”.

L’arrivo dei jihadisti neri nel contesto afghano, se da un lato complica ancora di più le cose, dall’altro avrebbe avuto l’effetto di “portare la maggior parte degli attori afghani, tra cui i Talebani, a ‘coalizzarsi’ contro un nemico comune che viene considerato esterno”, ha spiegato ancora l’esperto di Itstime. Secondo cui incrementare contingenti militari – come sta valutando un’incerta amministrazione Trump – non è la soluzione all’instabilità del Paese, ma anzi provocherebbe solo “un aumento di perdite umane e di costi economici”.

Insomma, l’unica strada percorribile al momento sarebbe quella del dialogo politico, a cui i Talebani si stanno affacciando con crescente convinzione. Per questo, secondo l’esperto, si muovono con grande attenzione: “Sono in trattativa per sedersi al tavolo dei negoziati di pace, il che potrebbe tradursi in possibilità di spartizione del potere con il governo centrale afghano che garantirebbe loro vantaggi economici e politici”.

6 giugno 2017
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»