VIDEO | Autismo, Ido: “Pensare in termini di traiettorie di sviluppo”

A Roma il convegno 'Plasmare la complessita'. Autismo tra mente e corpo'
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ROMA – Nell’autismo la parola d’ordine è la complessità. “Nell’ultimo Dsm 5 abbiamo assistito ad una piccola apertura con il passaggio alla definizione ‘Disturbi dello spettro autistico’ che, indicando una sorta di continuum dal caso più lieve a quello più grave, inserisce il senso di dimensionalità prima assente. Parlare di autismi ci consente di rispettare l’unicità individuale e di cominciare a pensare in termini di traiettorie di sviluppo. Per aprirci alla complessità serve, però, la rivalutazione degli strumenti antichi da agganciare a quelli nuovi, così da avere un’idea del funzionamento psichico dei soggetti coinvolti nella sindrome”. Parte quindi dalla clinica il convegno romano ‘Plasmare la complessità. Autismo tra mente e corpo’, con le parole di Magda Di Renzo, responsabile del progetto Tartaruga dell’Istituto di Ortofonologia (IdO). “Nel nostro approccio evolutivo relazionale a mediazione corporea privilegiamo la dimensione affettivo-corporea nell’intervento, poiché il corpo e stato il ‘grande escluso’ nella valutazione dell’autismo. Un fatto grave per qualsiasi teoria dello sviluppo- sottolinea la studiosa- essendo lo strumento elettivo di espressione e di conoscenza del bambino. Le neuroscienze dimostrano, infatti, la validità delle convinzioni psicodinamiche che avevano descritto i processi che portano alla mentalizzazione. Perché la conoscenza è veicolata da vissuti affettivo-corporeo, tanto che il principale disagio dell’autismo- ricorda Di Renzo- si esprime proprio nella dimensione corporea. Nel corpo vediamo i segni in maniera sempre più precoce, ma questa possibilità non deve portarci alla precocizzazione della diagnosi”. La possibilità di vedere bambini molto piccoli “ci permette di aprirci a nuove visioni. Si comincia a parlare degli optimal outcome- continua la psicoterapeuta dell’età ecolutiva- ovvero la possibilità di avere buoni esisti”. Ivar Lovaas fu il primo a parlarne nel 1987, ma riguardavano solo i bambini con un Quoziente intellettivo (Qi) nella norma ed inseriti a scuola. Da allora la definizione è cambiata: “Oltre al Qi, è richiesta la scomparsa dei sintomi significativi e la verifica di un buon andamento sociale. La studiosa Deborah Fein, dell’Università del Connecticut, ha sottolineato poi- aggiunge la psicoterapeuta- che gli optimal outcome non sono legati ad una diagnosi sbagliata. Una prospettiva rimarcata anche da Stelios Georgiades, dell’Università di Nicosia che, oltre alla capacità intellettiva, considera altri aspetti. Tutto ciò ha portato al cambiamento della percentuale di ritardo, che prima del Dsm 4 era del 75% e ora è al 40%. È stato, quindi, sopravvalutato l’aspetto cognitivo rispetto agli altri“. Per uscita dall’autismo Di Renzo chiarisce: “Intendiamo l’uscita dal punteggio Ados (test standard dell’autismo) e qui la psicopatologia è tutta da scrivere. Non bastano più le categorie- continua- serve una riflessione sui passaggi che si verificano, serve la conoscenza delle difese del bambino. L’abbassamento delle difese rende il bambino autistico vulnerabile e determina quegli stati di angoscia che possono dare vita alle diverse manifestazioni mai prese in considerazione dalle diagnosi categoriali“. L’IdO ha condotto il primo Follow up in Italia su 20 ragazzi che avevano terminato la terapia 3, 4, 5 anni prima, riportando un punteggio Ados fuori dall’autismo. “Ci confrontiamo con dei miglioramenti inaspettati. Abbiamo somministrato a questi 20 soggetti il test Ados 3 basato sulla conversazione e i risultati confermano che tutti hanno mantenuto un punteggio di non autismo. Un dato importante- rimarca la studiosa-significa che i cambiamenti su cui abbiamo lavorato (che avevano a che fare con dei cambiamenti della relazione) sono stati interiorizzati, permettendogli di affrontare le altre tappe dello sviluppo”. I comportamenti ripetitivi sono risultati assenti e nessuna difficoltà è stata riscontrata sui gesti descrittivi, così come nel contatto oculare, nell’espressione facciale e nel divertimento condiviso all’interno della interazione. In un solo caso è emersa una difficoltà nella comunicazione, mentre 12 soggetti hanno avuto delle complicazioni in riferimento al racconto di eventi. Una problematica comune è, invece, emersa nella risposta sociale e nella qualità della comunicazione reciproca. “Adesso questi 20 ragazzi come li definiamo?- chiede Di Renzo- La definizione ‘Autismo stato residuale’ non ci dice nulla, mentre noi vogliamo definire i diversi quadri. Andiamo da un impercettibile disagio, che se non si fosse saputa la precedente diagnosi di autismo non sarebbe mai stato intercettato, a quadri di atipie comportamentali e a difficoltà che possono rientrare in disturbi di tipo relazionali”, conclude Di Renzo.
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6 Aprile 2019
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