L’Aquila, luci e ombre di una ricostruzione a macchia di leopardo. Intervista al giornalista Giustino Parisse

L’AQUILA – A L’Aquila 9 anni dopo il devastante terremoto che in 23 secondi causò 309 vittime la ricostruzione lentamente procede. Se nelle periferie gran parte delle case sono state ricostruite, nelle frazioni e nei loro centri storici la situazione è ancora molto lontana da un ritorno alla normalità. A fare il punto con l’Agenzia Dire sulla situazione nel capoluogo abruzzese Giustino Parisse, giornalista del quotidiano “Il Centro” e testimone in prima persona di quella tragica notte in cui a Onna, paese nel quale viveva e vive tutt’ora, persero la vita 40 persone, tra cui i suoi due figli Domenico e Maria Paola di 18 e 16 anni e il padre Domenico 75enne.

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–  Come procede la ricostruzione a L’Aquila?

“Siamo ancora lontani da una ricostruzione definitiva. Per ciò che riguarda il centro storico de L’Aquila i lavori sono abbastanza avanzati, si parla un 50/60% di palazzi ricostruiti, in corso di ricostruzione o con cantieri che sono già aperti. Naturalmente anche lì ci vorrà ancora molto tempo, ci sono molte questioni da definire, per esempio tutti i famosi sottoservizi i cui lavori sono in corso ma che dureranno ancora molto. Poi c’è la questione delle scuole, gran parte delle quali sono ancora nei cosiddetti M.U.S.P., le casette ricostruite appositamente per ospitarle. Ci sono scuole, come l’Istituto Cotugno dentro cui c’è anche il liceo classico che sono addirittura divise in 5 sedi e non c’è una prospettiva a breve per cui si possa tornare alla sede madre. La ricostruzione pubblica invece è all’anno zero o quasi. Sono rinate le Basiliche di San Berardino e di Collemaggio, ma lì sono interventi importanti sponsor. Quello che non è stato ricostruito è il Duomo, luogo simbolo della chiesa, e Palazzo Margherita, sede del Comune, luogo simbolo del potere civile, e i soldi ci sono. La colpa si attribuisce alla burocrazia per giustificare questi ritardi.”

 

– Qual è la situazione nelle frazioni? 

“Per ciò che riguarda le frazioni la situazione è ancora lontana dal definirsi. Credo che se dovessimo dare una percentuale di ricostruzione delle frazioni- e non parlo delle carte, dei progetti, per cui potremmo essere forse al 30%- la realtà ci parla di molti meno cantieri. Naturalmente ci riferiamo sempre ai centri storici, perché per ciò che riguarda le periferie della città e delle frazioni la ricostruzione è già in uno stato avanzatissimo. C’è chi parla del 90% già completato. Chiaramente parliamo di abitazioni che hanno avuto meno danni, che erano relativamente nuove”.

 “Le cose sono diverse per i centri storici che sono più complessi, dove ci sono palazzi vincolati, multiproprietà, proprietà che non riescono a ricomporsi. Credo ci siano circa 500- 600 aggregati che non sono stati costituiti, tanto è vero che il Comune sta pensando al commissariamento. Potremmo valutare la ricostruzione delle frazioni al 10-20% essendo ottimisti. E’ stata una ricostruzione a macchia di leopardo. Abbiamo degli aggregati in corso di ricostruzione poi magari a fianco abbiamo ancora macerie e tempi lunghissimi”.

 

– Nel 2009 pensava ci sarebbe voluto così tanto tempo per ricostruire la città? Quanto ci vorrà ancora? 

“Nel 2009 si parlava di 5 anni per ricostruire il centro storico de L’Aquila. Lo disse il capo della Protezione Civile dell’epoca Guido Bertolaso e rimanemmo tutti a bocca aperta perché ci sembrava tantissimo. Ora ne sono passati 9 di anni e la situazione è ancora complessa. Io pensavo che ci sarebbero voluti 10 anni e lo scrissi anche in un libricino, immaginando che dopo 10 anni le vittime del terremoto, che a Onna sono state 40, potessero tornare per qualche ora e festeggiare con le persone che erano sulla terra la ricostruzione del paese. Invece i 10 anni sono praticamente arrivati e le statiste degli uffici che si occupano della ricostruzione parlano del 2022-2023 ma credo che se non ci saranno intoppi nel 2030 chi ci sarà potrà fare un ragionamento guardando una città e i paesi ricostruiti”.

– Di chi è la responsabilità di questi tempi così lunghi?  

“Le questioni sono tante. Se andiamo a rivedere le dichiarazioni e i rimpalli di responsabilità sul perché ci siano stati ritardi ognuno dice la sua. Naturalmente questo poteva essere evitato con un’azione politica più incisiva, ma queste sono scelte che inizialmente nella fase di emergenza sono state fatte, poi non sono state più fatte per cui si sta procedendo come se dovessimo costruire normalmente delle case. Poi c’è stata tutta la problematica legata al Genio Civile che non aveva personale, poi è cambiata la legge per cui i controlli sono aumentati raddoppiandosi e triplicandosi. Tutta una trafila di controlli uguali a se stessi”

 – Molte persone sono ancora nei Progetti C.A.S.E. e nei M.A.P.. Cosa succederà quando le persone potranno tornare nelle loro case?

“Questa è un’altra grande questione che rischia di pesare duramente sulle casse del comune. Già oggi il Piano C.A.S.E. costa solo di manutenzione diversi milioni di euro l’anno e di questi soldi se ne recupera pochissimo con gli affitti. Da qualche anno chi ci abita paga l’affitto, le quote condominiali e le spese ma non bastano per coprire l’esborso che il comune è costretto a fare ogni anno. Il Piano C.A.S.E. è un buco nero che pesa sulle casse di tutti i cittadini. Oggi credo che nei Piani C.A.S.E. e M.A.P. siano alloggiati ancora 12/13000 persone. Su cosa farne in futuro di queste strutture ci sono diverse ipotesi. Alcune strutture, come quelle con i famosi balconi cadenti, che sono state dichiarate già inagibili andrebbero abbattute. Per il resto si parla di  affittarle agli studenti a famiglie in difficoltà, ma ancora non è chiaro. Per quanto riguarda i M.A.P. trattandosi di casette, baracche, nel 70/80% dei casi credo che la soluzione sarà abbatterle”.

6 Aprile 2018
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