L’Aquila, camminando per i vicoli del centro storico a 9 anni dal terremoto

ROMA – Un detto popolare de L’Aquila, utilizzato a mo’ di presa in giro quando si vuole allontanare qualcuno che ci infastidisce, è “Va a vede se stengo in piazza” (Controlla se mi trovo in piazza). Uno straniero bontempone, ma con un minimo di conoscenza della topografia locale, dopo qualche secondo di confusione, potrebbe rispondere: “Quale delle tante?”. La domanda spiazzerebbe di certo l’aquilano, perché sebbene nella sua città ci siano ben 99 piazze, oltre che altrettante chiese e ‘cannelle‘, “la piazza” a L’Aquila è solo una, quella dove affaccia il Duomo.

Il cuore della città, dove passeggiando senza meta prima del 2009 era possibile incontrare tante facce conosciute e non. Quella che ogni mattina si riempiva di bancarelle colorate, dove si poteva acquistare un po’ di tutto, dai cd ai vestiti fino ai polli arrosto, passando per frutta e verdura dei tanti ortolani sparsi qua e là. Intorno, la cornice dei negozi che davano sullo spiazzo chiassoso, invaso da famiglie e (tanti) studenti universitari fuori sede, che nel centro vivevano, studiavano e si divertivano.

Oggi, a 9 anni dal quel 6 aprile in cui una scossa di terremoto ha spento 309 vite cambiando il volto della città e il cuore degli aquilani, camminando per il centro i rumori che prevalgono sono quelli degli operai a lavoro nei cantieri. Nell’aria un leggero odore di calce, nel cielo tante gru che muovendosi danno l’idea che da qualche parte si stia andando, anche se non si capisce bene dove.

Percorrendo il corso principale della città, di tanto in tanto un’impalcatura lascia spazio alla facciata pulita e incredibilmente bella di un palazzo storico che genera stupore anche in chi in quei vicoli ci è cresciuto. La gioia però dura poco, giusto il tempo necessario all’occhio indagatore e attento di prendere atto che, al di là della cornice vuota di una porta o di una finestra, non c’è nulla, a parte l’interno vuoto e bianco di un edificio che ha perso la sua identità.

E non sono pochi i palazzi terminati e vuoti nel centro de L’Aquila, dove i commercianti non hanno il coraggio o la possibilità economica di tornare, perché, diciamocelo, di coraggio ce ne vuole per riaprire un’attività in un centro storico fantasma, praticamente deserto, privo di abitanti e uffici. Lo sanno bene quelli che lo hanno fatto a pochi mesi dal sisma e che da 9 anni resistono e chi, nonostante il passare del tempo e l’allontanamento temporaneo obbligatorio, è voluto tornare. 

E se da una parte le istituzioni si stanno muovendo per dare una mano ai commercianti con bandi creati appositamente per sostenere le imprese del centro storico, dall’altra c’è la doccia fredda arrivata dall’Unione Europea che a 9 anni dal sisma rivuole indietro le tasse sospese nel 2009.

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Nonostante tutto l’aquilano imperterrito in centro ci torna. Lo ha fatto spostando i cartelli di divieto quando la zona rossa era inaccessibile e lo ha continuato a fare negli anni che sono seguiti quando il centro era una griglia di puntellamenti e i locali notturni dove prendere qualcosa da bere con gli amici, quei pochi che c’erano, non facevano che spostarsi passando da un edificio parzialmente agibile a uno leggermente più agibile e via di seguito.

Il terremoto c’ha provato ad allontanarlo, l’aquilano,  dal suo centro storico,  costretto a vivere in case dormitorio, assuefatto a una realtà posticcia da centro commerciale, ma la missione è riuscita solo in parte perché, si sa, “L’Aquila Immota Manet”. E se il detto non sembra essere coerente con la voglia della terra di questa città di muoversi, lo è di certo con la testa dura di un popolo che non smette di ripetersi “L’Aquila bella me, te vojo revetè” (L’Aquila mia bella ti voglio rivedere).

La domanda però sorge spontanea: Quando? Difficile fare una stima: c’è chi dice tra 5 anni, ma lo dissero anche subito dopo il sisma del 2009 (i più ottimisti) e nessuno ci credette. Allora, forse, meglio volare più basso e prendere atto che, prima di almeno altri 10 anni, la ricostruzione non potrà terminare, perché se è vero che la periferia è stata praticamente ricostruita e che nel centro storico de L’Aquila i lavori, se pur lentamente, procedono, nelle frazioni la situazione è ancora in alto mare

La colpa? Chi può dirlo… il rimpallo di responsabilità assomiglia a una partita di ping pong così veloce da far venire il torcicollo a chi vuole seguire la pallina.

Esempio ne è lo stato di completo abbandono di due luoghi simbolo della città, quello del potere ecclesiastico, il Duomo, e quello del potere civile, Palazzo Margherita (sede del Comune). Perfetta rappresentazione di una ricostruzione a macchia di leopardo, che procede con le sue incomprensibili contraddizioni. Altro esempio eclatante ne sono le scuole, sostituite dopo il sisma dai M.u.s.p. (Moduli a uso scolastico provvisorio), che di provvisorio hanno poco visto che, attualmente, nessun edificio scolastico è stato ricostruito.

C’è poi l’ultima domanda, la più feroce, per chi questa terra che gli ha dato i natali la ama e ha capito la sua bellezza solo dopo che è venuta meno: quando la ricostruzione sarà terminata, che aspetto avrà la mia città? Probabilmente sarà un gioiellino architettonico, ma dentro quei palazzi chi ci sarà? Quegli uomini e quelle donne che nel 2009 erano dei bambini e che non l’hanno mai conosciuta la città, avranno ancora voglia di camminare in quei vicoli che erano l’identità dei loro genitori?

La realtà suggerisce di no, ma la storia, che ha visto questa città tremare per altre due volte nel corso dei secoli (nel 1461 e nel 1703),  cadere e rialzarsi, qualche speranza ancora la lascia. Ai posteri l’ardua sentenza, sperando che alla loro volontà di restare si affianchi la certezza di non aver nulla da temere.

6 Aprile 2018
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