In Guinea Bissau le spose bambine crescono: “No all’impunità, è l’ora del futuro”

spose_bambine_guinea bissauROMA – “In Guinea Bissau le donne si rendono ormai conto che i matrimoni precoci sono un problema. Questo grazie all’attivismo della società civile – emerso energicamente negli ultimi 15 anni – e a quelle donne che, ormai adulte, dopo essersi realizzate, tornano nei villaggi per dimostrare che essere autonome dai mariti è possibile. Noi ripartiamo da qui”. A parlare con l’agenzia DIRE è Paola Toncich, coordinatrice progetto per Mani Tese, ong attiva dal 1979 in questa ex-colonia portoghese dell’Africa occidentale dove le spose bambine, sottolinea la cooperante, “sono ancora numerose, soprattutto nelle zone rurali in cui difficoltà economiche e dinamiche culturali pesano moltissimo. Noi vogliamo unire le forze di tutti, società civile e Stato, per garantire protezione e prevenzione. Qui il vero problema è l’impunità”.

E alla vigilia della Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze l’ong italiana presenta un progetto di tre anni, cofinanziato dall’Unione Europea, ‘Libere dalla violenza – Emancipazione e diritti per ragazze e donne in Guinea Bissau’ il cui nome originale in creolo – ‘No na cuida de no vida, mindjer’ – significa ‘Noi ci prendiamo cura della nostra vita’.

Secondo l’Unicef ogni anno 12 milioni di bambine e adolescenti vengono date in sposa. In Guinea Bissau esistono leggi a tutela delle donne e che fissano il limite di età per contrarre matrimonio a 16 anni, ma “nulla di tutto questo viene rispettato – spiega Toncich – perché prevale il diritto comunitario. Ad oggi non esiste ancora un solo caso giudicato”.

spose_bambine_guinea bissauCredenze religiose e culturali e una rigida gerarchia sociale che consegna l’ultima parola ai mariti o ai capi villaggio, sottolinea la cooperante, “fa sì che ancora quattro ragazze su dieci non abbiano diritto a scegliere il proprio futuro, che le nozze avvengano anche a 12 anni mentre coloro che subiscono violenza domestica – l’85% dei casi totali – siano lasciate sole”. Per questo Mani Tese ha deciso di scommettere sulle istituzioni. “Formeremo la polizia locale – spiega Toncich – gli operatori dei centri di accesso alla giustizia (come gli avvocati), operatori psico-sociali dell’Istituto della donna e del bambino (legato al ministero della Donna) nonché i responsabili dei servizi di sostegno alle vittime. Dai nostri incontri seguirà la pubblicazione di alcune linee guida per indicare degli strumenti e facilitare un approccio comune al fenomeno”. Quindi, “metteremo a disposizione un esperto legale e un coordinatore che accompagneranno le vittime affinché possano accedere alla giustizia per denunciare o ottenere il divorzio”.

Perché il matrimonio forzato, evidenzia la cooperante, “oltre a influenzare l’autodeterminazione delle donne mette in pericolo la loro integrità fisica e morale, con conseguenze come abusi sessuali, gravidanze precoci, abbandoni scolastici e mortalità materna”.

Mani Tese attua il suo progetto in collaborazione con altre realtà già da tempo attive nel Paese: l’ong portoghese Fundaçao fe e cooperaçao (Fec) e l’associazione italiana Ente nazionale Giuseppini del Murialdo (Engim), grazie alle quali si può completare una sinergia “a 360 gradi” tra i soggetti locali, le ong internazionali, le istituzioni, le forze dell’ordine e la giustizia: “Fec – spiega Toncich – si occuperà della sensibilizzazione e la promozione dei diritti civili e economici in oltre 46 comunità attraverso spettacoli teatrali, messaggi radio, distribuzione di materiale didattico e incontrando mariti, capi villaggio o leader religiosi”.

Toccherà invece a Engim occuparsi delle giovani che denunciano gli abusi subiti, sottolinea la cooperante. “Bisogna reintegrare quelle in età scolare nel processo educativo, mentre le più adulte potranno acquisire competenze professionali per accedere al mercato del lavoro”. Previsto anche il sostegno di quattro microimprese di donne e la creazione della prima agenzia di occupazione al femminile.

6 Marzo 2018
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