Mutilazioni genitali femminili, Asha Omar: “Fatti passi avanti, ma mancano statistiche e leggi”

Le professioniste che partecipano ai corsi di Omar "non solo poi decidono di rifiutarsi di compiere il taglio ma diventano a loro volta 'attiviste'"
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ROMA – “A Mogadiscio e più in generale in Somalia sono stati fatti molti passi in avanti per sconfiggere la pratica delle mutilazioni genitali femminili. Tuttavia non ci sono statistiche sul fenomeno. Abbiamo bisogno di sapere quante donne vengono ancora ‘tagliate’, per poter affrontare meglio questa sfida. Serve inoltre una legge che le vieti e punisca chi le compie”. All’agenzia ‘Dire’ Asha Omar lancia il suo appello, alla vigilia della Giornata in cui a livello globale, si ricorda la pericolosità di una pratica che ancora coinvolge 200 milioni di bambine, ragazze e donne ogni anno.

Omar è ginecologa presso uno degli ospedali della capitale somala, nonché coordinatrice del dipartimento di Gineocologia e ostetricia dell’Università di Mogadiscio. Il suo impegno contro le mutilazioni si concretizza però attraverso ‘Save our mothers’, associazione da lei fondata che punta a sensibilizzare le donne nei villaggi. Omar indice anche corsi per giovani ostetriche, che una volta ascoltate le sue lezioni “al 99% abbandonano tale pratica”.

Della durata di tre mesi, le lezioni – organizate in collaborazione con le autorità locali – prevedono, per la parte teorica, l’approfondimento dell’anatomia dell’organo riproduttivo femminile, ma soprattutto il modo in cui le mutilazioni lo danneggiano e i rischi a cui la donna andrà incontro per tutto il resto della vita: “In ospedale una volta ho dovuto curare una donna a cui l’ostetrica durante il parto aveva rimosso per errore la vescica. Questo perché le donne che vengono ‘cucite’ sviluppano problemi o patologie di fronte alle quali le ostetriche non sono preparate”.

Le professioniste che partecipano ai corsi di Omar “non solo poi decidono di rifiutarsi di compiere il taglio – anche se molte famiglie ancora la richiedono – ma diventano a loro volta ‘attiviste’: cercano cioè di sensibilizzare le loro colleghe”.

Il problema in Somalia tuttavia non è solo culturale, ma anche legale: “Non è ancora stata approvata una legge che metta al bando le mutilazioni genitali”, denuncia Asha Omar.

“In etiopia e Gibuti lo hanno fatto. Qui poco tempo fa una bambina di dieci anni è morta dopo che il padre le ha praticato lui stesso la mutilazione. Quando gli attivisti si sono presentati da lui per protestare, lui ha risposto: ‘a casa mia faccio ciò che voglio’. E in un certo senso aveva ragione: non esistendo una legge specifica, la polizia non è potuta intervenire. E’ rimasto impunito. E temo che per vedere la penalizzazione delle mutilazioni dovremo attendere molto tempo”.

In Somalia secondo dati Unicef il 45% delle donne si sposa prima dei 18 anni e ha in media sei figli a testa. Qui inoltre la mutilazione viene pratica alle bambine, mentre in altri Paesi può sopraggiungere in età adulta.

La donna, denunciano i medici, andrà incontro a diversi rischi per la sua salute per il resto della vita: morte per infezioni dovute al taglio, dolori forti o difficoltà a urinare, e è più alta la probabilità di perdere la vita al momento del parto.

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6 Febbraio 2019
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