Inps, ecco la proposta Boeri: da assistenza ai 55enni ai vitalizi

ROMA  – L’Inps pubblica il documento “Non per cassa ma per equità”, contenente le proposte normative elaborate dall’Istituto e consegnate al governo nel giugno 2015. Il documento si compone in tre sezioni: motivazione e descrizione delle proposte normative, articolato, note tecniche sui costi delle misure proposte e le valutazioni dei loro effetti redistributivi. Gli articoli da 1 a 8 del disegno di legge vogliono offrire una rete di protezione sociale almeno dai 55 anni in su. E’ la fascia di età in cui la povertà è aumentata proporzionalmente di più rispetto alle altre classi di età durante la recessione e la crisi del debito nell’area euro. Le persone povere disoccupate con più di 55 anni sono infatti più che triplicate nell’arco di sei anni. Sarebbe “il primo passo verso l’introduzione di quella rete di assistenza di base, di quel reddito minimo garantito, che oggi manca nel nostro Paese”, scrive l’Inps. La proposta normativa consiste nell’istituire un reddito minimo garantito pari a euro 500€ (400€ nel 2016 e nel 2017) al mese per una famiglia con almeno un componente ultracinquantacinquenne. Il trasferimento, che prende il nome di Sostegno di Inclusione Attiva per gli ultracinquantacinquenni (SIA55), prende come riferimento la famiglia, intesa come nucleo che condivide la stessa abitazione. Un tratto distintivo della proposta è l’attivazione di meccanismi che favoriscono la partecipazione: l’erogazione del sussidio è condizionata alla stipula di un patto da parte dei membri del nucleo familiare beneficiario con l’amministrazione che eroga il trasferimento, patto finalizzato all’inserimento lavorativo.

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L’articolo 11 modifica le norme che riguardano alcuni istituti assistenziali – l’integrazione al trattamento minimo, l’integrazione dell’assegno ordinario d’invalidità e le maggiorazioni sociali – per i soggetti residenti in Paesi non Ue. La trasparenza su tutte le gestioni speciali serve a cementare il patto intergenerazionale. Soprattutto se a questa trasparenza seguono atti di equità. Per questo a chi ha redditi pensionistici elevati (superiori ai 5.000 euro lordi al mese), in virtù di trattamenti molto più vantaggiosi di quelli di cui godranno i pensionati del domani, viene richiesto un contributo equo dal punto di vista attuariale, ricalcolando le loro pensioni in base al rapporto fra i coefficienti di trasformazione vigenti per il sistema contributivo (ricalcolati all’indietro per ogni anno di decorrenza) per la loro età alla decorrenza della pensione e quelli all’età normale di pensionamento ottenuta applicando all’indietro negli anni gli aggiustamenti automatici all’aspettativa di vita previsti dalla normativa vigente. Ai pensionati con importi medio-alti (tra i 3500 e i 5000 euro al mese) e attuarialmente non in linea con i contributi versati, continua la proposta dell’Inps, vience chiesto un contributo più dilazionato nel tempo, limitandosi a mantenere costanti in termini nominali (cristallizzando gli importi) le loro pensioni fino a quando queste raggiungeranno la pensione ricalcolata come sopra, senza riduzioni nominali negli importi delle loro pensioni. Nel caso dei vitalizi per cariche elettive (comma 10 articolo 12), data l’assenza di requisiti anagrafici per ricevere questi trattamenti, si procede a un vero e proprio ricalcolo delle pensioni secondo il metodo contributivo oggi applicato a tutti i nuovi lavoratori. In altre parole ai titolari di vitalizi elevati viene chiesto di convergere al trattamento che avrebbero avuto applicando le regole del sistema contributivo ai versamenti per i loro vitalizi.

L’articolo 14, continua, procede nella direzione di unificare le pensioni tra le diverse gestioni semplificando la vita a milioni di pensionati e alle loro famiglie e permettendo ai contribuenti di poter meglio monitorare l’andamento dei propri accantonamenti e la loro valorizzazione. L’articolo 16 armonizza le pensioni dei sindacalisti con distacco (o aspettativa) dal settore pubblico al trattamento riservato agli altri lavoratori. Nello specifico sposta la contribuzione aggiuntiva versata dall’organizzazione sindacale dalla cosiddetta quota A (che prende come riferimento l’ultimo stipendio versato, spesso il più alto della propria carriera) alla quota B (che prende come riferimento gli ultimi dieci anni di retribuzione, dunque una base più bassa). Questo significa che i dirigenti sindacali non potranno più farsi versare contributi dall’organizzazione (di cui magari controllano la gestione dei fondi) a condizioni molto più vantaggiose di quelle riservate alla valorizzazione a fini pensionistici dei contributi versati dagli altri lavoratori.

di Luca Monticelli Giornalista professionista

5 Novembre 2015
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