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DIRE mondo

Da Timbuctù a Bamako sventolano bandiere nere, la pace non vale

dal nostro inviato in Mali Vincenzo Giardina

La Torre d’Africa di Bamako

Timbuctù e Bamako (MALI) – “L’hanno bombardata sei volte in sei settimane, la nostra base; c’è stato solo un morto ma avrebbero potuto essere 60”. A parlare con la DIRE è Riccardo Maia, ex professore della Statale di Milano responsabile dei peacekeeper delle Nazioni Unite a Timbuctù.

Una città tagliata fuori, lontana anni luce dalla capitale dell’Impero del Mali sognata dal viaggiatore Ibn Battuta, crocevia dei commerci, delle culture sahariane e dell’islam che illuminava l’Africa e pure il mondo.

Dagli accordi di Algeri, quelli che hanno messo per iscritto la pace tra il governo di Bamako e i ribelli arabi e tuareg, sono passati due anni. A Timbuctù, però, va sempre peggio.

“Siamo l’anello debole della catena- spiega Maia- Ci possiamo difendere meno dei francesi della missione Berkhane (organizzata dalla Francia, ndr) e non siamo equipaggiati a dovere. Oggi, soprattutto, in Mali, bisogna chiedersi cosa vuol dire fare peacekeeping ed essere neutrali”.

Dal 2014, nonostante i caschi blu siano stati dispiegati solo dopo i raid francesi in sostegno del governo di Bamako e il ritiro

dei gruppi ribelli, le perdite sono state già 110: mai così tante per una missione di pace dell’Onu.

Gli accordi di Algeri sono stati firmati dalle formazioni tuareg e arabe del Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma) ma non dalle falangi islamiste. Che dopo i bombardamenti francesi e il ritiro hanno continuato a colpire a Timbuctù, Gao e Kidal, i capoluoghi del nord del Mali occupati nel 2012.

Nell’ex capitale dell’Impero l’accordo di pace sta favorendo l’integrazione delle minoranze arabe e tuareg nelle strutture del governo locale. Mentre i gruppi islamisti, da Al-Qaida nel Maghreb islamico ad Ansar Eddine, sono rafforzati dall’arrivo di combattenti algerini, libici o mediorientali e sostenuti almeno in parte anche da comunità lasciate storicamente ai margini.

È la scommessa di Iyad Ag Ghali: comandante tuareg già alla corte di Muammar Gheddafi e rinato in Qatar, il Paese dove ha lavorato come funzionario d’ambasciata e stretto legami negli anni ’90. Di ritorno in Mali, fallita la scalata al movimento secessionista tuareg, ha scelto il jihad. È lui oggi il fulcro della nuova alleanza con le bandiere nere, il Gruppo dei difensori dell’islam e dei musulmani che rivendica incursioni e attentati.

“I nostri operatori di Kidal e Gao ci confermano che le violenze e i saccheggi sono sempre più frequenti” spiega alla DIRE Giuseppe Raffa, rappresentante dell’ong francese Premiere Urgence Internationale: “La settimana scorsa, dopo il furto delle automobili e l’ennesima razzia della loro sede, si sono ritirati anche Medici senza frontiere”. Ma chi controlla Kidal, dove il Mali incontra l’Algeria, la Libia e il Niger con i suoi giacimenti di uranio gestiti dal colosso francese Areva? Stando agli accordi di pace la Cma, di fatto nessuno, risponde Raffa. “Il gruppo di Ag Ghali sa di non poter controllare il territorio, ma con i suoi attacchi è che come se dicesse: ‘Possiamo colpire ovunque, il Mali non ve lo lasceremo’”.

La paura a Bamako, capitale nera al confine del Sahara, è che sia davvero così. A indicarlo non sono solo le imboscate ai “caschi blu”.

Nel novembre 2015 un commando ha assaltato l’Hotel Radisson, nel cuore della capitale, provocando 20 morti. Il 18 giugno scorso, poi, c’è stato il blitz al Campement Kangaba: decine di ostaggi e cinque morti nel resort del nipote di Gerard Depardieu frequentato dai turisti francesi.

Un messaggio anche per Emmanuel Macron, che a Bamako è arrivato domenica scorsa. Con i capi di Stato dei Paesi del G5 del Sahel, oltre al Mali, la Mauritania, il Niger, il Ciad e il Burkina Faso, preme per una forza anti-terrorismo africana composta da almeno 5mila uomini.

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Il contingente dovrà affiancare i 12mila caschi blu e i 4mila soldati francesi di Berkhane. E Macron ha promesso 70 veicoli tattici e sostegno dell’intelligence. Nonostante il costo stimato della missione superi i 420 milioni di euro, però, dall’Unione Europea e dai Paesi del G5 ne sono stati promessi appena cento.

“Non è chiaro chi pagherà il conto” sintetizza Maia in attesa che vengano definiti mezzi, mandato e regole d’ingaggio. Poi c’è l’altro aspetto, enorme, della povertà e dell’esclusione che alimentano la violenza. “Questa guerra non si può vincere soltanto con l’esercito” sottolinea Raffa. Il cooperante cita Macron e i 200 milioni di euro in cinque anni promessi attraverso l’Agenzia francese per lo sviluppo. Il timore, lascia capire, è che possano non bastare. Sembrano non pensarci i ballerini e le regine della Source, un night di Bamako, che brilla di luci al neon dopo il tramonto sul fiume Niger. Eppure non è lontano da La Terrasse, il bar della dolce vita assaltato due anni fa: cinque morti e la firma di Ag Ghali.

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05 luglio 2017

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