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Le storie italiane di plusdotazione LEGGI

ROMA – E’ noto che una plusdotazione non riconosciuta tempestivamente, negli anni dell’infanzia e della scuola primaria, possa creare disagi di diversa entità a livello emotivo, sociale e relazionale. Ci sono diversi casi di persone ad alto potenziale cognitivo che, non precocemente riconosciuti, hanno portato alla luce dei disturbi emotivi, fino ad arrivare essere etichettati con dei quadri psicopatologici. Ma per fortuna non è sempre così. Spesso con il passare degli anni questa intelligenza al di sopra della media può aiutare la persona “dotata” a sviluppare un migliore adattamento e a vivere in modo sufficientemente equilibrato le sue qualità.

A conferma di ciò, la DIRE racconta tre vissuti sereni di plusdotazione. Dal gioco solitario a Monopoli alla docenza universitaria, dalle lettere d’amore a Zorro (scritte a tre anni!) a una carriera di successo nel marketing, passando per il talento messo a disposizione della squadra, di lavoro e di pallavolo.

L’INFOGRAFICA

GAETANO MORELLI, 43 ANNI, PROFESSORE DI MATEMATICA

“Mi sono laureato in Ingegneria e fino a poco tempo fa lavoravo come responsabile tecnico in un’azienda di informatica. Ma la mia passione, da che ne ho memoria, è sempre stata la matematica. La utilizzavo nelle più disparate situazioni: ricordo che intorno ai cinque anni mi divertivo a giocare a Monopoli, anche da solo. Io contro me stesso. Facevo calcoli particolari per capire quanto pagare le case, gli alberghi e per studiare le diverse strategie. Non mi sono mai dato per vinto e ora ho la fortuna di occuparmene. Dopo un periodo da insegnante al liceo adesso sono professore all’Università di Caserta”.

“Anni fa sono usciti vari articoli che mi definivano come ‘l’italiano con il QI più alto del Paese’. E questo mi è dispiaciuto molto. Mi ritengo una persona umile e non ho mai dichiarato di essere il più intelligente d’Italia, anche perché affermarlo è impossibile, fuorviante. Se tutti gli italiani facessero il test, e parlo di circa 60 milioni di persone, allora si potrebbe anche tentare di stilare una sorta di graduatoria. La realtà è che si possono fare solo delle stime a livello statistico, e sulla base di questo sono usciti dei risultati che riguardano il mio QI, ma è una cosa ben diversa”.

“Ho iniziato ad accorgermi delle mie qualità quando avevo più o meno sei anni. In classe, alle elementari, mi sembrava che tutti i miei compagni avessero qualche difficoltà di troppo. Mi dicevo: ‘Ma come è possibile che la maestra fa domande così semplici e lui non risponde? Perché nessuno sa questa cosa?’. Tutto mi sembrava così strano”.

“Poi con il passare degli anni, grazie a mio padre, ho cominciato a capire. Anche lui aveva un guizzo in più: lavorava in Ibm e negli anni ’60 fece il test, che era obbligatorio in queste aziende americane, ottenendo i miei stessi risultati. Mi spiegò la situazione preoccupandosi di farmi rimanere con i piedi per terra. ‘Tani’, così mi chiama, ‘cerca sempre di usare il cervello. Hai la fortuna di avere una testolina funzionante, altri non hanno questo tuo dono’. Lì iniziai a capire che ero io quello in credito con la fortuna, e non gli altri degli ‘sfigatelli’. Mi servì molto questo insegnamento, anche perché una valutazione assoluta un bambino non riesce a farla. Vede e valuta solo ciò che gli succede intorno, e in base a questo costruisce le proprie certezze. Crescendo ho poi sfruttato questa dote per ottenere sempre il massimo dei voti, senza trascurare nessuna materia. Non avevo bisogno di studiare più di tanto, apprendevo in maniera velocissima senza comportarmi da ‘secchione‘. Anzi, con gli amichetti spesso li prendevo pure in giro (ride, ndr)”.

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“In parole povere, mi tranquillizzai, quasi disinteressandomi della questione. Poi nel 2011 decisi per pura curiosità di fare il test. Cercai su Internet quello che mi intrigava di più. Scoprì che esistevano due categorie di ‘questionari’: quelli a tempo, supervisionati da uno psicologo, adatti per misurare QI medio-alti, e quelli specifici per i quozienti molto elevati, diciamo dal 99esimo percentile in poi, che sono chiamati I-range e hanno un diverso approccio: non hanno limiti di tempo, non conta quanto sei svelto, ma solo se ci arrivi o no. Io mi sono orientato su questa seconda tipologia di test. Nel mondo ormai ci sono un centinaio di gruppi e associazioni che si occupano dell’argomento. Io stesso ho fondato e presiedo lo STHIQ, che ha requisiti di accesso molto rigidi: ci riesce a entrare 1 persona su 1000, mentre la proporzione del Mensa è di 1 su 50.

“A livello relazionale per fortuna non ho avuto nessun tipo di problema. E sottolineo per fortuna, perché è noto che le persone con QI elevato spesso hanno qualche difficoltà a connettersi con gli altri. La mia umiltà mi ha aiutato a vivere questa piccola ‘diversità’ in maniera serena. Mi ritengo assolutamente uguale a tutti gli altri… e lo sono, ci mancherebbe!”.

ELSA DI FONZO, operation manager di una concessionaria di pubblicità e presidente dell’associazione Mensa Italia

“Purtroppo non ho una vita così interessante da avere scheletri nell’armadio. Per questo mi piace raccontare la mia esperienza. Mi sono accorta di questa mia qualità da subito, diciamo dall’età della ragione. I miei genitori, essendo io la primogenita, credevano che tutti i bambini fossero così. Invece ero io a essere precoce”.

“Ho iniziato a parlare poco dopo i 5 mesi e la mia prima parola non è stata ‘mamma’ o ‘papà’. Una sera che c’era un cielo plumbeo da neve, guardando fuori dalla finestra e puntando il ditino verso l’esterno ho esclamato “uuuuh, lupo”. Intendevo che tempo da lupi, il che suonava stranissimo per una bambina così piccina. Tutti i parenti mi raccontano aneddoti particolari di quando facevo cose che andavano oltre la mia età anagrafica. Per esempio a tre anni già leggevo, e spesso scrivevo anche lettere d’amore a Zorro… era il mio idolo! A ripensarci mi viene da ridere, il contenuto di queste mie precoci creazioni girava sempre intorno a questo concetto: ‘Senti non ti posso sposare perché ho da fare, sono molto impegnata…’.”

“Tutto ciò per me è sempre stato normale, non ho mai avuto uno stacco tra il prima e il dopo, tra gli altri e me. Delle elementari, quando ho avuto il primo contatto vero con la scuola, lo studio e i compagni di classe, ricordo benissimo la prima volta che sbagliai apposta un paio di lettere del dettato. Prendevo sempre 10 e volevo capire come ci si sentisse di fronte all’errore e alle correzioni della maestra. Me la ricordo ancora la sensazione, che definirei di frustrazione, per questa perfezione. In quei 5 anni mi sono annoiata da morire perché si perdeva tanto tempo per le spiegazioni, mentre io invece memorizzavo tutto subito. E quindi il più delle volte facevo tutt’altro. Giocavo, disegnavo, mi immergevo nei miei pensieri, ma durante le interrogazioni sapevo rispondere a tutto, quindi nessuno mi ha mai potuto dire nulla”.

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“A livello relazionale non ho mai avuto problemi. Sono molto estroversa, per cui credo che molto dipenda anche dal carattere. E questa mia caratteristica mi ha sempre portato a cercare la connessione più che il confronto. Ci sono stati, però, episodi che mai scorderò. Per fare un esempio: ho sempre parlato correttamente, con i congiuntivi al posto giusto, e non nego che a 6-7 anni c’erano dei compagni di gioco che mi prendevano in giro dicendo “parli come un libro stampato”. In fondo era vero”.

“Leggevo tantissimo, appena potevo. Amavo i racconti di Verne, Salgari, e quando scoprivo una parola nuova, se mi piaceva il suono oltre che il significato, la usavo. Ma non ho mai sofferto per i giudizi altrui, non mi sentivo diversa. Anzi, a volte mi capitava di correggere i compagni ma lo facevo per la dissonanza più che per rimarcare l’errore. ‘Guarda il suono giusto è questo’, e finiva lì, nessuna preclusione da parte loro. Ogni tanto con le mie più care amiche mi capita ancora, anche se ho imparato a essere molto più discreta”.

“Diciamo che ho vissuto il tutto con naturalezza, concentrata com’ero nel trovare punti di contatto invece che di separazione. Mi piaceva includere, e anche se arrivavo a capire le cose prima degli altri non ho mai pensato di farlo pesare a qualcuno. Mettevo questa mia maggiore propensione nell’essere brava a scuola a vantaggio degli altri. Aiutavo quelli meno bravi. Ero addirittura d’accordo con i professori, e loro sapevano che due-tre pomeriggi a settimana studiavo con alcuni compagni di classe. Poi li interrogavano ed effettivamente erano preparati. Questa per me era una grandissima soddisfazione. Mi piaceva trasmettere qualcosa agli altri. Tutti traevano beneficio da questa situazione”.

“Poi arrivò l’Università. Era un periodo in cui avevo una sorta di ossessione per i test: passai quello per entrare alla Bocconi, da lì nel periodo estivo iniziai a cimentarmi con qualunque ‘verifica’ mi capitasse sotto mano, tranne quelle di personalità che ti chiedono ‘scegli l’uomo più adatto a te’. Gli altri li ho provati quasi tutti, compreso quello sul Qi del Mensa. Era il 1994. Faccio questo test, ma senza impegno. Sei mesi dopo, questi allora erano i tempi di correzione, mi chiamarono per dirmi che ero passata. ‘Se vuole ora si può iscrivere…’, ma io l’avevo fatto per gioco, per sfidarmi. Mi immaginai questi ‘cervelloni’ seduti in una stanza, in cerchio, a mo’ di terapia di gruppo, tutti impegnati ad autocompiacersi. Non mi interessava una cosa del genere, ne ero sicura”.

“Dopo un paio di anni, quando già vivevo a Milano, vidi un volantino attaccato a un muro che pubblicizzava un evento del Mensa. Si trattava di una rivisitazione dell’Odissea nel Mar Baltico. Ci andai e mi accorsi che le mie resistenze erano sbagliate. Il mio era uno stupido preconcetto. L’intelligenza è una cosa, la condivisione di esperienze, storie e passioni, un’altra. Una persona non si può sentire migliore o peggiore in base al QI. Da noi, ora che sono presidente dell’associazione, ci sono individualità geniali, scienziati e ricercatori del Cern, che però troppo spesso vivono in un mondo tutto teorico, faticando abbastanza a livello relazionale. Ecco, già solo stare insieme durante le riunioni e gli eventi porta loro nuovi stimoli. Questa condivisione crea un’energia positiva che, alla fine, porta beneficio a tutti“.

ANDREA RINALDI, 34 ANNI, MANAGER IN AZIENDA LEADER DEL SETTORE ELETTRICO E PALLAVOLISTA

“Da bambino e poi anche da adolescente non mi sono mai soffermato troppo sulla mia intelligenza. Era un argomento che mi entrava da un orecchio e mi usciva dall’altro. Sono sempre stato espansivo, curioso di confrontarmi con le più disparate realtà. Sapevo però di avere qualche vantaggio rispetto alla media delle persone. Non tanto a scuola, dove non posso dire essermi distinto particolarmente, ma sicuramente a livello di curiosità e scaltrezza: mi sentivo più abile rispetto ai miei coetanei nel districare le soluzioni, attinenti le questioni di studio e soprattutto sportive, dove mi piaceva ‘fregare’ l’avversario, essere più bravo e furbo di lui (ride, ndr). Questa risorsa si è palesata nella pallavolo, la mia grande passione”.

“In 20 anni di carriera ho avuto l’onore di diventare capitano della squadra di Bergamo, la mia città, disputando il campionato nazionale di B1, ultimo gradino prima della Serie A. Ce l’ho fatta, dal ‘basso’ del mio metro e 85, perché mi sono sempre ambientato in maniera corretta. Con i compagni di squadra e con i vari allenatori che si sono succeduti, riuscendo sempre a portare a mio favore le idee di gioco, gli schemi e le scelte dei giocatori. Almeno fino al grave infortunio al ginocchio subito più di un anno fa. Da allora non gioco più e il mio contributo è diventato meno attivo. Ma la cosa che mi diverte sottolineare è che facevo un ruolo da ignorante, l’opposto, schiacciavo e basta. Forse da un ‘mensiano’ ci si aspetterebbe di più una posizione da palleggiatore, come per un calciatore intelligente quella da regista. Ma per me questi sono luoghi comuni, al pari della convinzione che una persona con alto Qi debba per forza essere timida e impacciata nei rapporti”.

“Io, ad esempio, sono sempre stato fin troppo estroverso. Mi piaceva conoscere cose nuove e una quindicina di anni fa iniziai a frequentare l’associazione Mensa. Lo feci per divertimento e perché avevo una madre appassionatissima di giochi mentali. Pensai: ‘Quale miglior soluzione per approfondire le mie doti se non quella di fare un test per capire qual è il mio livello di agilità mentale?’. Prova superata, ma devo ammettere che non ho mai partecipato troppo agli eventi dell’organizzazione. Adesso che sono fermo ci sto riflettendo su. Magari, pur essendoci molte persone caratterialmente diverse da me, può tornarmi utile farmi vedere più spesso. Potrebbero nascere nuove opportunità a livello lavorativo. L’alternativa, una volta guarito, è sfruttare il mio quoziente intellettivo per tornare a giocare a buoni livelli sia a pallavolo che a tennis, sport che alternavo senza difficoltà nell’arco della stessa serata. Ma tra impegni di lavoro e una figlia piccola, non sarà un gioco da ragazzi”.

di Niccolò Gaetani, giornalista professionista

5 giugno 2017
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